Bruce Springsteen nella cinematografia
Bruce Springsteen nella cinematografia
Molte sono le canzoni di Springsteen incluse nelle colonne sonore di film, scelte il più delle volte quando la storia è ambientata nel New Jersey o in quei luoghi raccontati nei suoi testi. Altre sono state scritte espressamente per determinati film, come i casi di Philadelphia, Dead Man Walkin’ e The Wrestler. Una nota a parte merita il film del 1991 Lupo Solitario di Sean Penn, al suo debutto come regista: la trama è totalmente ispirata da Highway Patrolman dell’album Nebraska del 1982 e le ambientazioni, i personaggi e finanche lo stile narrativo del film sono la trascrizione fedele su pellicola della canzone.
I film che si sono avvalsi della musica di Springsteen:
1982 - Dead End Sreet con Point Blank, Hungry Heart e Jungleland
1983 – Riscky Business -Fuori i vecchi… i figli ballano con Hungry Heart
1983 – Promesse, Promesse con It’s Hard To Be A Saint In The City, The E Street Shuffle, She’s The One e Adam Raised A Cain.
1986 – Per favore ammazzatemi mia moglie con Stand on it
1987 – La luce del giorno con Light of day
1989 - Vietnam – Verità da Ricercare con I’m on Fire
1989 – Palombella rossa con I’m on Fire
1991 – Lupo solitario Trama ispirata a Highway Patrolman
1992 – Gli amici di Peter con Hungry Heart
1992 – Mi gioco la moglie a Las Vegas con Viva las Vegas
1992 – Cuore di tuono con Badlands
1993 – Philadelphia con Streets of Philadelphia
1995 – Tre giorni per la verità con Missing (inedita)
1996 – Dead Man Walking – Condannato a morte con Dead Man Walkin
1996 – Jerry Maguire con Secret Garden
1997 – Cop Land con Darkness on the Edge of Town, Drive All Night e Stolen Car
1998 – Big Daddy – Un papa speciale. con Growin Up
1998 – Prima o poi me lo sposo con Hungry Heart
1998 – Limbo con Lift Me Up (inedita)
2000 – La tempesta perfetta con Hungry Heart
2000 – Alta fedeltà con The River
2002 – La 25ª ora (25th Hour) con la canzone The Fuse
2004 – Jersey Girl con le canzoni My City of Ruins e Jersey Girl (cover del brano di Tom Waits) nella versione live
2007 – Reign Over Me con le canzoni Out In The Street e Drive All Night
2007 – Il bacio che aspettavo con la canzone Iceman
2007 – Lo spaccacuori con la canzone Rosalita
2007 – Il mio sogno più grande con Growin’Up (non autorizzata)
2008 – The Wrestler con la canzone The Wrestler (inedita)
2008 – Food, Inc. con This Land Your Land (versione live della canzone di Woody Guthrie cantata da Bruce Springsteen)
2010 – Un altro mondo con la canzone Secret Garden
1. 1982 – Dead End Sreet (mai uscito in italia) – Point Blank, Hungry Heart e Jungleland
Un film di Yaky Yosha con Yehoram Gaon, Anat Azmon, Gila Almagor, Hana Maron, Tiki Dayan- Musiche di Bruce Springsteen e Isaac Klepter – Durata 90 min. ISRAELE 1982 – Lingua Ebraico
Ispirato da una storia vera, il regista Yaky Yosha da il via ad un lungometraggioraccontando la storia di una giovane prostituta che ha preso parte alla realizzazione di un documentario sui suoi sforzi per abbandonare la strada e la prostituzione. BruceSpringsteen ha contribuito con tre brani alla colonna sonora. “Dead End Street”ha rappresentato Israele al Festival di Cannes1983

2. 1983 – Riscky Business -Fuori i vecchi… i figli ballano con Hungry Heart.
Un film di Paul Brickman. Con Tom Cruise, Curtis Armstrong.
Titolo originale Risky Business. Commedia, durata 96 min. – USA 1983. – VM 14
In attesa di andare all’università, un 17enne si trova nella felice condizione di disporre della casa vuota per una redditizia attività legata al commercio di prestazioni sessuali. Scritta dal regista, è una pungente commedia dai risvolti satirici che ha contribuito a lanciare il bel Cruise.
3. 1983 - Promesse, Promesse con It’s Hard To Be A Saint In The City, The E Street Shuffle, She’s The One e Adam Raised A Cain.
Mai uscito nelle sale italiane reperibile solo in VHS.
Un film di John Sayles. Con Rosanna Arquette, Vincent Spano, Leora Dana, Matthew Modine. Titolo originale Baby, it’s You. Commedia, b/n durata 105 min. – USA 1983
Giovane amore contrastato dalle ambizioni di entrambi gli innamorati. Lei è un’impiegata aspirante attrice, lui crede di essere destinato alla gloria di Frank Sinatra. Ma non riesce a sfondare (cosa evidente a tutti fin da principio, meno che alla sua ragazza). Una commedia esile, simpaticamente recitata e molto ben ambientata nel New Jersey.
4. 1986 – Per favore ammazzatemi mia moglie con Stand on it.
Un film di Jim Abrahams, Jerry Zucker, David Zucker. con Bette Midler, Danny DeVito, Judge Reinhold
Titolo originale Ruthless People. Commedia, durata 93 min. – USA 1986. – VM 14
C’è una ricca megera che il marito odia a tal punto da progettarne l’eliminazione fisica. Quando una coppia di sprovveduti la rapisce e minaccia di ucciderla, gongola e decide di non pagare il riscatto. Commedia degli equivoci in cadenze di farsa veloce e sgangherata che funziona con sana volgarità. La Midler gigioneggia senza freni.
5. 1987 – La luce del giorno con Light of day.
Un film di Paul Schrader. Con Gena Rowlands, Michael J. Fox.
Titolo originale Light of Day. Drammatico, durata 107 min. – USA 1987.
Due fratelli appassionati di musica rock dedicano il loro tempo libero a suonare in un locale e a scontrarsi con la loro madre Jeannette che crede ancora nei valori tradizionali: famiglia, onestà, matrimonio. La canzone che dà il titolo al film è di Bruce Springsteen che P. Schrader avrebbe voluto come protagonista. Poco riuscito ma non spregevole. Da segnalare la presenza di buoni attori e di J. Jett, autentica diva del rock.
6. 1989 – Vietnam – Verità da ricercare con I’m On Fire
Un film di Norman Jewison. Con Kevin Anderson, Emily Lloyd, Bruce Willis, Stephen Tobolowsky. Titolo originale In Country. Drammatico, durata 120 min. – USA 1989.
Insuccesso in America, per come l’accusa iniziale si smorzi nel cerchiobottismo, con un tono conciliatorio che però finisce per scontentare entrambe le parti. Arrivato in Italia in ritardo di alcuni anni e direttamente in videocassetta, nonostate la presenza di Bruce Willis, qui in un insolito ruolo drammatico.
Nel Kentucky la 17enne Samantha scopre in casa lettere e fotografie del padre che non ha mai conosciuto, caduto in Vietnam, guerra di cui, come molti della sua generazione, sa poco o niente. Interroga lo zio Emmett, reduce dalla stessa guerra. Da un romanzo di Bobbie Ann Mason, sceneggiato da Frank R. Pierson e Cyntia Cidre, l’eclettico Jewison ha tratto un film inerte e indeciso sul tema della rimozione di una guerra mal condotta e perduta e sulla necessità di prenderne coscienza, tema di cui Samantha è il tramite. Ha il culmine catartico, almeno nelle intenzioni, nella visita della famiglia al Vietnam Veterans Memorial di Washington.
7. 1989 – Palombella rossa con I’m on Fire.
Un film di Nanni Moretti. Con Mariella Valentini, Silvio Orlando, Nanni Moretti, Eugenio Masciari,Asia Argento. Commedia, durata 89 min. – Italia 1989.
Durante una partita di pallanuoto, Michele, funzionario del PCI colto da amnesia, rimette insieme i pezzi della propria vita e discute sul disagio, la confusione, le contraddizioni della sinistra. E il sole dell’avvenire? Il più radicale, nevrotico, estremo film di Moretti. Sincero come una tegola in testa. Contro l’idiozia del potere, la chiacchiera, gli stereotipi del giornalismo, le ciance dei politici, la perdita della memoria storica.
8. 1991 – Lupo solitario Trama ispirata a Highway Patrolman, dell’album Nebraska del 1982.
Con Charles Bronson, Valeria Golino, Dennis Hopper, Patricia Arquette, Sandy Tennis, Viggo Mortensen
Titolo originale The Indian Runner. Drammatico, durata 126 min. – USA1991.
Morti i genitori, un poliziotto di provincia (Morse) ha un rapporto tempestoso col fratello (Mortensen), reduce dal Vietnam con inclinazioni aggressive e autodistruttive. Incrocio tra una leggenda pellerossa e “Highway Patrolman”, canzone famosa di Bruce Springsteen, parafrasi del mito di Caino e Abele innestata sulla parabola del Figliol Prodigo, questo 1° film di S. Penn regista ha le qualità dei suoi difetti: la sua traiettoria è quella di una strada di montagna, percorsa da un pilota temerario più che esperto, in cui l’auto, cioè il racconto, rischia di capottare a ogni tornante. Attraverso i vetri, però, si vedono cose interessanti. Colonna sonora ad alta intensità country-rock.
9. 1992 – Gli amici di Peter con Hungry Heart
Un film di Kenneth Branagh. Con Kenneth Branagh, Hugh Laurie, Stephen Fry, Emma Thompson.
Titolo originale Peter’s Friends. Commedia, durata 101 min. – Gran Bretagna 1992.
Sei amici, ex membri di un gruppo universitario di cabaret, si ritrovano dieci anni dopo nella grande casa di campagna di uno di loro per festeggiare l’arrivo del 1992. Lo schema è quello di Il grande freddo, ma in mezzo c’è il decennio della signora Thatcher. A una 1ª parte orchestrata con brio sapiente succede una 2ª dove si fa sentire la malinconia ed entrano in scena i Luoghi Comuni con l’immancabile sorpresa finale. Scritta da Rita Rudner (la nevrotica attrice televisiva) col marito Martin Bergman: piacevole commedia che gira un po’ a vuoto, senza un vero collante, recitata benissimo, soprattutto da E. Thompson e da sua madre P. Law (la cuoca).
10. 1992 – Mi gioco la moglie a Las Vegas con Viva las Vegas.
Un film di Andrew Bergman. Con James Caan, Nicolas Cage, Sarah Jessica Parker.
Titolo originale Honeymoon in Vegas. Commedia, durata 95 min. – USA 1992.
Investigatore privato va a Las Vegas per convolare a giuste nozze con l’eterna fidanzata, ma si mette a giocare a poker e perde tutto. Un giocatore gli propone l’estinzione del debito in cambio di un weekend alle Hawaii con la ragazza. Singolare commedia scandita dalle apparizioni dei sosia di Elvis Presley. Divertimento discontinuo.
11. 1992 – Cuore di tuono con Badlands.
Un film di Michael Apted. Con Sam Shepard, Graham Greene, Val Kilmer.
Titolo originale Thunderheart. Drammatico, durata 118 min. – USA 1992.
Due agenti dell’FBI, un esperto anziano e un giovane mezzosangue, indagano sulla morte violenta di un Sioux in una riserva indiana del South Dakota. Storia di un’educazione sentimentale in forma di presa di coscienza, scoperta e riconoscimento delle proprie radici. Scritto da John Fusco, s’iscrive nel filone filoindiano degli anni ’90, alimentato dal successo di Balla coi lupi. Pur macchinoso nell’intreccio, ispirato a fatti veri degli anni ’70, è un efficace film di controinformazione civile e politica, non irrilevante sul piano antropologico.
12. 1993 – Philadelphia con Streets of Philadelphia.
Un film di Jonathan Demme. Con Tom Hanks, Denzel Washington, Jason Robards, Antonio Banderas, Joanne Woodward. Drammatico, durata 119 min. – USA 1993.
Brillante avvocato di Philadelphia è licenziato per inefficienza e inaffidabilità dal prestigioso studio legale dove lavora. È una scusa, sostenuta con mezzi ignobili: in realtà hanno scoperto che è omosessuale e malato di Aids. Sostenuto dall’affettuosa famiglia e dal suo tenero compagno, difeso da un grintoso avvocato nero, fa causa agli ex datori di lavoro. 1ª produzione di alto costo (25 milioni di dollari) sull’Aids, è una lezione di tolleranza, una requisitoria sui pregiudizi, un’arringa contro l’ingiustizia affidata a uno straordinario T. Hanks, interprete simpatico e “leggero”, e a D. Washington, l’avvocato che lo difende, fiero eterosessuale e a disagio con i gay, che a poco a poco disperde i suoi pregiudizi e le sue paure insieme a quelli dello spettatore. L’ottima sceneggiatura di Ron Nyswater affidata alla sobria regia di J. Demme diventa qualcosa di più di un onesto esempio di cinema civile: ne fanno testo alcune scene memorabili, la festa gay e la sequenza in cui Hanks ascolta Maria Callas in Andrea Chenier (4° atto) di Giordano, e la colonna musicale in cui Mozart, Spontini, Cilea, Catalani s’alternano a Bruce Springsteen, Peter Gabriel, Neil Young. Oscar 1994 a T. Hanks attore protagonista e a Springsteen per la canzone “Streets of Philadelphia”.
13. 1995 – Tre giorni per la verità con Missing (inedita).
Un film di Sean Penn. Con Piper Laurie, Jack Nicholson, Anjelica Huston, David Morse.
Titolo originale The Crossing Guard. Drammatico, durata 114 min. – USA 1995.
Un gioielliere, la cui figlia è stata uccisa da un automobilista ubriaco, aspetta sette anni che il colpevole esca di prigione per incontrarlo, concedergli tre giorni e poi ucciderlo. 2° film di S. Penn regista – che l’ha anche sceneggiato – più che di una vendetta è la storia di un’ossessione. Nella prima parte funziona e i personaggi sono ben delineati. Poi scade in una melensaggine insopportabile. Nicholson sopra le righe, A. Huston efficace, bella e brava R. Wright.
14. 1996 – Dead Man Walking – Condannato a morte con Dead Man Walkin.
Un film di Tim Robbins. Con Susan Sarandon, Sean Penn, Robert Prosky, Raymond J. Barry.
Titolo originale Dead Man Walking. Drammatico, durata 122 min. – USA 1995.
Dal libro autobiografico di suor Helen Prejean. Una suora cattolica accetta di visitare Matthew Poncelet, condannato a morte per stupro e duplice omicidio, ne diviene l’assistente spirituale, s’impegna per il suo riscatto etico-religioso (“Ogni persona vale più della sua peggiore azione.”). L’esecuzione avviene per iniezione in un carcere della Louisiana. Più che un’arringa contro la pena di morte (applicata in 36 Stati su 50 che compongono gli USA, con circa 300 esecuzioni all’anno), è un film che – come Decalogo 5 di Kieslowski – mostra, suggerisce, dimostra che le esecuzioni legali tendono a essere barbare e orribili come gli omicidi commessi dagli individui. 2° film dell’attore Robbins come regista dopo Bob Roberts: filma molte lacrime senza cercarle. Penn strappa una pietà prosciugata, la Sarandon si meritò un premio Oscar.
15. 1996 – Jerry Maguire con Secret Garden.
Un film di Cameron Crowe. Con Tom Cruise, Renée Zellweger, Cuba Gooding Jr. Drammatico, durata 138 min. – USA 1996.
Rampante procuratore sportivo, Maguire (Cruise), colto da un raptus etico di cattiva coscienza scopre che il denaro non è tutto nella vita e ne fa una relazione per i colleghi e i superiori. Lo licenziano. Riparte da zero con un solo cliente, un giocatore nero di football (Gooding), seguito da una giovane ragioniera vedova con figlioletto. La prolissa sceneggiatura è un capolavoro di romanticismo ruffianesco, politicamente corretto nei minimi particolari. Con una recitazione sciamanica ridotta alla dentatura, Cruise puntava all’Oscar, ma nell’anno di Il paziente inglese al suo posto fu premiato come non protagonista Gooding Jr.
16. 1997 – Cop Land con Darkness on the Edge of Town, Drive All Night e Stolen Car.
Un film di James Mangold. Con Ray Liotta, Harvey Keitel, Annabella Sciorra, Robert De Niro, Sylvester Stallone.
Poliziesco, durata 105 min. – USA 1997
Il paese degli sbirri cui allude il titolo è l’immaginaria Garrison (New Jersey), cittadina alle porte di New York. Tra i suoi 1280 abitanti molti sono poliziotti, lì trasferiti per allontanare le famiglie dalla violenza metropolitana. Il tutore dell’ordine è lo sceriffo Freddy Herlin (Stallone), sordo da un orecchio, convinto di vivere nel migliore dei paesi fin quando capita qualcosa che gli fa aprire gli occhi. Scritto e diretto dal giovane J. Mangold, al suo 2° film, è un poliziesco di taglio realistico, costruito con intelligenza, coerente nella storia e attendibile nei personaggi. Apprezzabile esempio di cinema d’azione che non sacrifica l’approfondimento psicologico né la descrizione del contesto sociale.
17. 1998 – Big Daddy – Un papa speciale con Growin Up.
Un film di Dennis Dugan. Con Adam Sandler, Joey Lauren Adams, Allen Covert, Leslie Mann, Jon Stewart.
Titolo originale Big Daddy. Comico, durata 95 min. – USA 1998.
Per acquisire credito con la sua ragazza Sonny si finge padre di un bambino affidato ai servizi sociali È solo la prima grande idea nel quadro del progetto di conquista. Ovviamente le cose non vanno per il verso giusto. Dal regista di Piccola Peste e Gli sgangheroniuna commedia su misura per il giovane attore comico Adam Sandler. Piuttosto scontato, ha ottenuto un grande successo negli States. Una curiosità: nella parte del bambino si sono alternati due gemelli.
18. 1998 – Prima o poi me lo sposo con Hungry Heart
Un film di Frank Coraci. Con Drew Barrymore, Steve Buscemi, Adam Sandler, Christine Taylor, Allen Clover.
Titolo originale The Wedding Singer. Commedia, durata 96 min. – USA 1998.
Lei ha una storia con uno yuppie in carriera. Lui invece sta con una ragazza molto superficiale. Si incontrano. Si amano. Come mille altre volte al cinema (e in tv). Con la variante di un Buscemi non accreditato che canta e un Billy Idol a fare da vecchia gloria ospite.
19. 1998 – Limbo con Lift Me Up (inedita).
Un film di John Sayles. Con Michael Laskin, Leo Burmester, Hermínio Ramos, Dawn McInturff,David Strathairn
Drammatico, durata 126 min. – USA 1998.
Sayles affronta un tema conradiano, quello del marinaio ossessionato da una colpa passata. Ma questo Lord Jim ha scarso fascino. Finale aperto a diverse possibilità, per un prodotto decoroso e nulla più.
20. 2000 – La tempesta perfetta con Hungry Heart.
Un film di Wolfgang Petersen. Con George Clooney, Mark Wahlberg, Diane Lane, John C. Reilly, William Fichtner. Titolo originale The Perfect Storm. Drammatico, durata 129 min. – USA 2000.
Nell’ottobre del 1991 sei uomini morirono a bordo del peschereccio Andrea Gail, travolti da quella che fu definita la peggior tempesta di tutti i tempi. Petersen e Clooney raccontano quella storia. I “sei” vanno a pescare come si trattasse di un sortilegio per la vita e per la morte: simboli e metafore. In realtà è solo una battuta di pesca vivacizzata dagli effetti speciali come il sessanta per cento del film. Onde di cento metri, barche, ed elicotteri nell’inferno. Il contorno delle compagne eroiche dei pescatori è ridicolo: fanno sempre la stessa cosa, amano, lo dichiarano, poi si disperano, in ritornello. Solo spettacolare.
21. 2000 – Alta fedeltà con The River.
Un film di Stephen Frears. Con John Cusack, Iben Hjejle, Todd Louiso, Jack Black, Lisa Bonet.
Titolo originale High Fidelity. Commedia, durata 113 min. – USA 2000.
Nel film, Springsteen regala un breve cameo al pubblico (meno di un minuto). Nella scena (http://www.youtube.com/watch?v=DZE7OchG3DY), il protagonista Rob, interpretato da John Cusack, è sul letto a meditare sul suo passato e sulle decisioni da prendere per il futuro, immaginando di parlare con Bruce e di ascoltare i suoi saggi consigli.
Rob Gordon, proprietario a Chicago del Championship Vinyl, anomalo negozio di dischi pop, è scaricato dall’amata Laura. L’abbandono lo porta a un bilancio dei suoi fallimenti sentimentali, e a crescere. Dal romanzo (1995) di Nick Hornby, sceneggiato in quattro tra cui J. Cusack, anche coproduttore. Strutturata su monologhi spiritosi e un po’ autolesionistici, detti dal protagonista guardando in macchina, l’aguzza e garbata commedia si sviluppa a 2 livelli: il negozio con i due maniacali amici-commessi (il calvo Louiso e il frenetico Black) e la sfilata, in flashback o al presente, delle Top Five, le cinque fanciulle che, secondo lui, gli hanno spezzato il cuore. Il film appartiene forse a Cusack, a Hornby e agli sceneggiatori più che a Frears che, però, contribuisce con la direzione degli attori, l’intelligenza dei tempi narrativi, l’attenzione ai particolari. Oltre alla breve comparsa di Bruce Springsteen, il cammeo di T. Robbins capellone. Musiche di Howard Shore e frammenti di 59 canzoni.
22. 2002 – La 25ª ora (25th Hour) con la canzone The Fuse.
Un film di Spike Lee. Con Edward Norton, Philip Seymour Hoffman, Anna Paquin, Rosario Dawson, Brian Cox.
Titolo originale 25th Hour. Drammatico, durata 134 min. – USA 2002.
Montgomery Brogan è un pusher che conduce una vita agiata sulle rive dell’Hudson. Monty, per gli amici, ha deciso di ritirarsi dal narcotraffico e di vivere di rendita con la sua bellissima portoricana. Ma una soffiata lo condanna a scontare sette anni di carcere. Gli restano ventiquattro ore per riconciliarsi col padre, congedarsi dagli amici, un broker di Wall Street e un’insegnante di letteratura inglese, e decidere della sua 25a ora: la prigione, il suicidio, la fuga. Le ventiquattro ore di Monty, prima della galera, dei denti rotti e degli stupri, della violenza e del sadismo, della miseria e della paura, sono un’elegia che Spike Lee dedica al suo personaggio e alla sua personale New York.
Liberamente interpretata come una metafora delle vicende newyorkesi, la storia di Monty in verità è del tutto autonoma, nel senso che per ogni cittadino di New York la storia personale è anche quella della città e delle sue atmosfere. Non è un caso che il romanzo di David Benioff, da cui il film è tratto, sia stato scritto prima dell’undici settembre, mentre Lee decide di proiettare sul racconto il fascio oscuro della luce liberata dalla tragedia. Nessun altro film riesce ad essere viscerale come La 25a ora, dove la rappresentazione del dolore è scoperta e ammirevolmente impudica. Spike Lee costruisce un tempo che si ripete uguale a se stesso per dilatare all’infinito le ore di Monty, le ore di New York prima dell’impatto fatale, prima di un’ora dopo la quale niente sarà più lo stesso e prima della quale tutto poteva essere ancora. In quella zona liminare in cui non sai dire se poi sia giorno o sia notte, in quella sospensione in cui Lee sorprende Monty e i suoi amici, in quella luce che è aurora dentro un crepuscolo, il regista inserisce due sequenze strazianti: la rovina del volto, che Monty chiede di eseguire all’amico pur di non essere stuprato in carcere, e il lungo viaggio col padre, che assume il ruolo tradizionale dello storyteller irlandese, con il compito di tramandare le storie folkloriche della sua terra e rassicurare per il futuro.
Ribaltando l’assunto, il padre di Monty gli prospetta un futuro da fuggiasco e una vita ricominciata altrove, con un’altra identità, mentre lo spettatore assiste al concretizzarsi di questo universo narrativo. Si tratta di quella che Lynch chiamerebbe “fuga psicogena”, tanto intensa da materializzarsi. Ma Monty è ancora lì e sta andando in prigione. E allora il film si rivolge a tutti coloro che hanno avuto una 24a ora – una forma di addio, di lutto, di separazione – e soprattutto a chi ha osato immaginarne una venticinquesima: l’espressione più bella di una vita mancata.
23. 2004 – Jersey Girl con le canzoni My City of Ruins e Jersey Girl (cover del brano di Tom Waits) nella versione live.
Un film di Kevin Smith. Con Ben Affleck, Liv Tyler, Jennifer Lopez, Raquel Castro, Stephen Root, Will Smith.
Sentimentale, durata 102 min. – USA 2004.
La “premiata ditta” Ben Affleck-Jennifer Lopez, al suo ultimo atto (i due si sono separati durante la produzione), ci ha consegnato un film diretto dall’ex-promettente Kevin Smith (Clerks) che purtroppo non sembra avere alcun motivo per essere memorabile.
New York. Ollie Trinke, public relation man di una grossa agenzia, sposa una ragazza ed è in attesa di una figlia. Al momento del parto, la moglie ha delle complicazioni e muore, lasciando il marito ad accudire la neonata. In un momento di stress per la prematura scomparsa della moglie, Ollie, durante una conferenza stampa, perde il controllo e si sfoga contro i giornalisti presenti. Risultato, licenziamento in tronco. Da questo momento in poi, Ollie, si trasferisce dal padre nel New Jersey, dove trova un lavoro da netturbino, fa crescere la figlia Gertie, e diventa amico di una ragazza, commessa in una videoteca. Il sogno di tornare a Manhattan è però sempre presente nella sua mente. Una sceneggiatura senza guizzi narrativi, un’overdose di buoni sentimenti e solo un momento che può essere ricordato (l’incontro con Will Smith nella sala d’aspetto di un’agenzia di Pubbliche Relazioni), sono motivi sufficienti per descrivere un film, che ha avuto un discreto successo negli USA, ma che rimane un prodotto seriale, confezionato, come molti altri, a tavolino. Fra lacrime e sorrisi di plastica, artefatti e precisi nello schema della trama, il film di Smith, bisogna ammettere, può portare più di una famiglia al cinema.
24. 2007 – Reign Over Me con le canzoni Out In The Street e Drive All Night
Un film di Mike Binder. Con Adam Sandler, Don Cheadle, Liv Tyler, Saffron Burrows, Donald Sutherland.
Drammatico, durata 125 min. – USA 2007. – Sony Pictures.
Il film prende il titolo da una canzone degli Who: Love, Reign O’er Me(Amore, regna su di me). Una delle tante hit anni ’70 che Charlie Fineman (Adam Sandler) ascolta in cuffia a tutto volume mentre, solitario, vaga per le strade di New York sul suo curioso monopattino a motore. Charlie ha perso moglie e figlie nella tragedia dell’11 settembre: erano a bordo di uno degli aerei che si schiantarono contro le Torri Gemelle. Da allora si è chiuso completamente in se stesso, rifugiandosi nella sua sterminata collezione di dischi in vinile, refrattario al mondo, deciso a difendere il suo diritto a non ricordare. Diagnosi: disordine da stress post traumatico. L’incontro casuale con Alan Johnson (Don Cheadle), affermato dentista a Manhattan e suo vecchio compagno d’università, lo costringerà ad affrontare i suoi demoni interiori, avviandolo lentamente verso una possibile guarigione. La storia si svolge negli stessi luoghi, ambienti e milieu sociale della commedia sofisticata. Uno dei due protagonisti, Adam Sandler, è conosciuto dal grande pubblico più per la sua vis comica che per le sue doti drammatiche. E invece Reign Over Me è un film sul dolore e sul suo difficile superamento, sullo spaesamento di una città, New York, e dei suoi abitanti. Tutti più o meno in crisi, incapaci di comunicare, ma nondimeno, come nel caso del dentista Don Cheadle, affamati di qualcosa che vada oltre il prestigio e l’affermazione sociale, la vita agiata con i suoi meccanismi prestabiliti, rassicurante ma alla lunga a rischio d’implosione. Dove la tragedia pubblica dell’11 settembre, analizzata da un punto di vista tutto privato, aleggia senza essere mai in primo piano. Reign Over Me è un film onesto, toccante, che tratta argomenti difficili spesso con levità (non mancano gli scambi di battute divertenti) e non indulge mai nel melodramma, pur muovendo alle lacrime quando finalmente Charlie-Sandler affronta, per la prima volta insieme all’amico, il ricordo della tragedia vissuta. I due attori protagonisti sono totalmente credibili e in sintonia (si veda la scena della jam session su musica di Springsteen). Ad un attonito e arruffato Sandler si contrappone l’uomo perbene Cheadle, ricco di sfumature a volte impercettibili, garbatamente ostinato nel voler aiutare l’amico ritrovato. La regia di Mike Binder, che firma anche la sceneggiatura, è al servizio degli attori, tra i quali segnaliamo, come comprimari, Liv Tyler nei panni di una dolce analista e Donald Sutherland che in un cameo, nel ruolo del giudice, ruba a tutti la scena.
25. 2007 – Il bacio che aspettavo con la canzone Iceman.
Un film di Jonathan Kasdan. Con Adam Brody, Meg Ryan, Kristen Stewart, Olympia Dukakis,Makenzie Vega.
Titolo originale In the Land of Women. Commedia, durata 97 min. – USA 2007. – Moviemax
Il ventiseienne Carter è appena stato lasciato da Sophia e, caduto in depressione, decide di allontanarsi momentaneamente da Los Angeles per andare dalla nonna in Michigan e prendersi cura di lei. Il dolore e il senso di perdita verranno alleviati dalla conoscenza di Sarah, la vicina di casa, e della figlia Lucy. Trascinato in un universo al femminile, Carter si troverà costretto ad analizzare i suoi sentimenti per Sophia e a fare un percorso di crescita sentimentale. I personaggi creati dalla penna (e dalla regia) dell’esordiente Jon Kasdan sono sospesi in una leggera bolla di sapone pronta a rompersi al primo colpo di vento. Dietro le loro facciate si nascondono sogni e desideri inespressi, rivalità, delusioni, fragilità e paure. Le donne del film rappresentano tre diverse generazioni che Carter osserva con lo sguardo attento di aspirante scrittore, pronto a cogliere le varie sfumature dei loro complessi caratteri (la nonna continua a ripetere che sta morendo nonostante l’ottima salute, Sarah è divisa tra il sentimento per le figlie e la necessità di ritrovare un’identità come donna, Lucy vive l’età dei primi amori ed è in contrasto con la madre). Allo stesso tempo il personaggio maschile diventa il perno sul quale si sollevano, come su un’altalena bilico, le sorti delle protagoniste femminili. Il suo ruolo è di ascoltatore e insieme narratore: offre una spalla sulla quale poggiarsi e trovare conforto (e labbra per baci attesi a lungo), ma contemporaneamente è attraverso il suo obiettivo – distaccato e insieme partecipe – che la trama fa il suo corso. Adam Brody indossa gli abiti di Carter con estrema delicatezza e con la stessa delicatezza entra nelle vite di Olympia Dukakis (la nonna), Meg Ryan (Sarah) e Kristen Stewart (Lucy). Da parte sua Meg Ryan regala al suo personaggio una parvenza algida e occhi fieri pieni di sogni mai realizzati che riflettono la sua anima implosa. La bolla di sapone avvolgerà le vite dei protagonisti fino alla fine, quando ognuno andrà incontro al proprio destino. Il ritratto femminile realizzato da Kasdan è nitido e verosimile. Colpisce come sia riuscito a essere trasparente e a trovare una forma narrativa dove il melodramma è temperato da personaggi secondari peculiari e divertenti, come la piccola Paige (Makenzie Vega), la figlia minore di Sarah, così saggia ed emancipata per la sua età infantile. A metà tra La mia vita a Garden State e Il calamaro e la balena – per via dell’atmosfera sospesa e del percorso di crescita – Il bacio che aspettavo è una piccola gemma di cinema indipendente sceneggiato e diretto alla perfezione.
26. 2007 – Lo spaccacuori con la canzone Rosalita.
Un film di Bobby Farrelly, Peter Farrelly. Con Ben Stiller, Michelle Monaghan, Malin Akerman, Jerry Stiller, Rob Corddry.
Titolo originale The Heartbreak Kid. Commedia, durata 105 min. – USA 2007. – Universal Pictures
Affiatati come pochi, i Farrelly Bros. e Ben Stiller si riuniscono per un’altra commedia irriverente e bizzarra. Protagonista, questa volta, è Eddie Cantrow, un fascinoso quarantenne, convinto, dopo soli tre giorni di luna di miele, di aver trovato la donna della sua vita. In realtà, le cose non vanno come dovrebbero e la neosposa svela lati caratteriali inizialmente sopiti. La trama trae spunto da una novella di Bruce Jay Friedman già portata sul grande schermo nel 1972 con protagonisti Charles Grodin e Cybill Shepherd. Ricalcando fedelmente i toni surreali e oltraggiosi di Tutti pazzi per Mary, la nuova pellicola dei fratelli Farrelly difetta nel concentrare la vis comica nella prima parte del soggetto che si stempera, nei toni e nel ritmo, nella parte conclusiva. Nonostante la presenza di numerose gag esilaranti, il film ripropone gli stilemi della commedia hollywoodiana (avvicendamento, equivoci più diversi, ricchezza di colpi di scena, lieto fine) senza aggiungere al prodotto soluzioni originali o coraggiose.
I due registi, maghi nel far apparire divertente la vita, sembra abbiano costruito un vero e proprio marchio stilistico che, da un lato, fa piacere ritrovare, dall’altro, genera nello spettatore un sentimento di stanchezza e di ridondanza. Buono il cast. Sia protagonisti che caratteristi riescono a essere disinvolti e brillanti senza forzature. Su tutti svetta l’interpretazione di Ben Stiller la cui espressività tragicomica ne esce amplificata nella sua vivace naturalezza.
27. 2007 – Il mio sogno più grande con Growin’Up (non autorizzata)
Un film di Davis Guggenheim. Con Carly Schroeder, Elisabeth Shue, Dermot Mulroney, Andrew Shue,Jesse Lee Soffr.
Titolo originale Gracie. Drammatico, durata 93 min. – USA 2007
Gracie ha sedici anni, tre fratelli maschi e un padre che pensa solo al calcio. Quando il fratello Johnny, suo unico alleato in famiglia, muore improvvisamente in un incidente stradale, la ragazza decide di voler prendere il suo posto nella squadra di calcio del liceo e si sottopone ad un duro allenamento, osteggiata da tutti, in casa e fuori.
Il mio sogno più grande si basa su fatti realmente accaduti all’attrice Elisabeth Shue (qui nel ruolo della madre di Gracie) e a suo fratello Andrew, co-interprete e produttore; nasce dunque sulla spinta di una forte determinazione e di questa determinazione tratta, affidandosi alla grinta della giovane Carly Schroeder.
L’interpretazione degli attori è il punto di luce del film, poiché supera e riscatta i limiti della sceneggiatura rendendola guardabile, ma quando la prima sequenza fa già prevedere il finale, il problema non è da poco. Percorrendo una strada standard e lineare, qui si mira solo a raggiungere il “goal” e si perde completamente di vista la dinamica del gioco e lo spettacolo dovuto. Nessuno sforzo nell’intreccio, ma nemmeno il coraggio di far esplodere in superficie i confronti tra i personaggi della famiglia, che sono quanto di meglio il film riesce a far intuire.
Nella sua personalissima elaborazione del lutto, prendendo il posto del fratello per avere l’attenzione che non ha mai avuto, Gracie non aiuta solo se stessa ma dà un motivo per continuare a vivere al padre e, facendosi problema, tiene unita la famiglia nel momento in cui la disintegrazione è pericolosamente prossima. Se gli attori non ci mettessero del loro, in particolare “papà” Mulroney, tutto ciò si risolverebbe in qualche battuta scandita senza sottotesti, come un comunicato stampa, e nel doloroso (per gli spettatori) slogan, per cui basta volerla intensamente e ogni cosa diventa possibile.
Nel pieno rispetto di una storia che probabilmente ha avuto per i suoi autori il significato necessario e terapeutico che ha per la protagonista della finzione, resta il fatto che la pellicola di Davis Guggenheim (marito della Shue), malauguratamente sceneggiata da due donne (Lisa Marie Petersen e Karen Janszen), butta alle ortiche decenni di femminismo. Se in Sognando Beckham il calcio era la metafora che celava la vera posta in palio, cioè l’integrazione, qui si corre terra terra, senza un salto né una rovesciata (di senso) e l’ambientazione fine anni Settanta non è di scusa.
Gracie lotta con tutte le sue forze per prendere il posto di un uomo, venir trattata in tutto e per tutto come un uomo, imparare a prenderle e a darle (!), e mai nessuno, mentre il copione si avvia verso il suo (troppo) naturale epilogo, si sogna di sottolineare che il suo essere donna fa la differenza, oltre che il film.
28. 2008 – The Wrestler con la canzone The Wrestler.
Un film di Darren Aronofsky.
Con Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Mark Margolis, Todd Barry. Drammatico, durata 109 min. – USA, Francia 2008. – Lucky Red.
Negli anni ’80 Randy “The Ram” Robinson era un eroe del pro wrestling all’apice della carriera. L’incontro con il rivale Ayatollah, sconfitto il 6 aprile 1989, sarebbe rimasto per sempre nella storia dello spettacolare sport. Tuttavia, venti anni dopo “l’ariete” porta sul corpo i segni della lotta. Appesantito e decaduto, lavora part time in un grande magazzino e pratica il wrestling nelle palestre dei licei, ogni fine settimana, per la gioia dei (pochi) fan che gli sono rimasti. Il fallimento e la distruzione fisica sono temi che Darren Aronofsky aveva già esplorato in passato ma nel narrare la ballata del lottatore errante, trova il modo per estenderli a una sfera più ampia. Il personaggio di The Ram (interpretato da un Mickey Rourke in stato di grazia) rappresenta infatti l’essenza stessa del fallimento. Colpito da un infarto in seguito a un incontro mortificante, il vecchio wrestler inizia a riflettere sulla sua esistenza e trova nella spogliarellista di Marisa Tomei – una donna che per molti aspetti gli somiglia – un’affabile confidente che gli suggerisce di mettersi in contatto con la figlia. Spostando le luci di scena dal ring all’animo spezzato di un uomo, Aronofsky assume un piglio compassionevole, senza mai eccedere nei toni evitando la drammatizzazione fine a se stessa. Virando dall’”art-rock” e dal cinema artigianale e visionario al quale ci aveva abituati, per intraprendere una strada narrativamente più semplice e schematica, il regista statunitense (in)segue da vicino il wrestler, riprendendolo spesso di spalle in quello che appare un moto di deferenza, come se non volesse mostrare il declino dell’eroe. Durante la sua personale ricerca di una rinascita, The Ram affronta a testa alta la vita fuori dal ring, provando con ogni strumento a sua disposizione a diventare l’uomo che non è mai stato. A sostenerlo è il ricordo del boato della folla, lo stesso che continua a tentarlo sebbene sia ormai un “vecchio pezzo di carne maciullata”, perché i colpi inflitti dalla realtà sono più dolorosi di quelli subiti sul palco sotto ai riflettori. L’ultima drammatica sequenza, che lo mostra di spalle, è interrotta dal nero cinematografico e dai titoli di coda accompagnati dalla toccante ballata di Bruce Springsteen scritta appositamente per il wrestler e per tutti i lottatori caduti.
29. Food, Inc. con This Land Your Land (versione live della canzone di Woody Guthrie cantata da Bruce Springsteen)
Un film di Robert Kenner. Con Michael Pollan, Eric Schlosser Documentario, USA 2008
Uno sguardo poco lusinghiero verso le società Americane che detengono il controllo dell’industria alimentare.
24. 2010 – Un altro mondo con la canzone Secret Garden.
Un film di Silvio Muccino. Con Silvio Muccino, Isabella Ragonese, Michael Rainey Jr., Maya Sansa, Flavio Parenti.
Drammatico, durata 110 min. – Italia, Gran Bretagna 2010. – Universal Pictures.
Andrea è giovane, ricco e mantenuto dagli assegni in bianco di una madre algida e schiava delle buone apparenze. La sua vita attraversa continue notti mondane in compagnia della bella fidanzata Livia, ballerina con problemi di bulimia, e del migliore amico Tommaso, organizzatore di grandi feste a sorpresa e di festini alcolici. Alla vigilia del suo ventottesimo compleanno, riceve una lettera da parte del padre, che gli annuncia di essere prossimo alla morte in un letto d’ospedale a Nairobi. Più per noia e curiosità che per reale affetto verso una figura scomparsa nel nulla venti anni prima, Andrea decide così di partire per il Kenya, dove trova ad accoglierlo una volontaria italiana pronta a fargli sapere che suo padre ha avuto un figlio con una donna locale e che, dopo la morte di lui, ne diventerà l’unico parente responsabile.
Quanto pesano le colpe dei padri sui figli e quelle dei fratelli maggiori sui minori? In che misura possono incombere le responsabilità genitoriali e quelle fraterne su una giovane coscienza? Difficile non pensare a una questione di oneri familiari e desideri di espiazione riguardo a un film come Un altro mondo, opera in cui testo e paratesto, racconto e biografia del suo giovane autore paiono latentemente intrecciarsi. Alla seconda regia, Silvio Muccino sembra infatti volersi caricare delle colpe di una generazione considerata ignava, superficiale e viziata, così come dei mali di un cinema intimista e vacuamente cerebrale, di cui il fratello maggiore è stato per anni ritenuto quasi la figura eponima. La necessità, in quanto autore-attore, di trasformarsi in due personaggi radicalmente opposti, eppure così simili nel bisogno di dimostrare la propria autarchia (in Parlami d’amore, un orfano bohémien romantico e tormentato; qui, un ricco insensibile in crisi esistenziale), pare procedere di pari passo con il desiderio di riformulare un cinema dalle ambizioni e dai contenuti più alti, più universali, non semplicemente destinato a contare i passi che separano la cucina dalla camera da letto. A questo proposito, il film segue tre movimenti ampi e differenti: una lunga introduzione dove scopriamo la vita dissoluta di Andrea, il suo disagio e le sue inquietudini accompagnati da un montaggio veloce e dalla sua voce fuori campo; una seconda parte dedicata al viaggio in Kenya alla scoperta del fratellastro Charlie, dove invece lo stile si fa più duro, di taglio realistico, e predominano la macchina a mano e i colori saturi; e infine l’ultima parte, quella in cui Andrea inizia la sua vita a Roma con il piccolo e, al ritmo di una playlist accattivante e di un montaggio ellittico, scopre la propria vocazione affettuosa alla paternità e alla fratellanza. La frase di lancio pronunciata dal personaggio di Maya Sansa (“Le cose non cambiano mai, cambiamo noi”) diviene tuttavia anche il metro per misurare tanto l’altezza delle aspirazioni poetiche di Muccino, quanto la profondità del loro insuccesso. Un altro mondo rivela la grande ambizione di voler vedere lo stesso mondo attraverso altri occhi, raccontando un’ordinaria storia di maturazione-redenzione in cui quello che manca è proprio uno sguardo rinnovato, la possibilità di guardare l’evoluzione del percorso di vita di un uomo attraverso un effettivo progresso nelle modalità del narrare. Invece, Muccino guarda adAbout a Boy, ma senza ironia, riproponendo tutti i cliché relativi a quell’enorme insieme di figure del cinema americano folgorate dall’umanesimo che va dai personaggi di James Stewart nei film di Frank Capra a quelli di Tom Cruise in Rain Man e Jerry Maguire (quest’ultimo, citato anche attraverso la canzone di Springsteen “Secret Garden”). Frasi già sentite, musica già ascoltata, immagini già viste sono il problema principale di un film che nelle intenzioni e nelle implicazioni umanitarie è molto di più di un banale romanzo di formazione. Al Muccino-regista manca in definitiva quella stessa rabbia che caratterizza i personaggi interpretati dal Muccino-attore e che non gli consente di creare né un appello-manifesto per le nuove generazioni, né un colpo ben assestato alle tendenze melodrammatiche del cinema medio italiano. Non c’è bisogno di invocare un altro mondo per proporre un altro cinema. Basta un po’ più di audacia.




















































grande lavoro ! Bellissimo….
un piccolo appunto, Lift Me Up è rimasta inedita fino alla sua pubblicazione sul terzo cd di essential .
Di nuovo congratulazioni
certo, ma all’epoca del film era inedita. Grazie comunque…anzi per tutte le segnalazioni sarai sempre il ben venuto!
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