The Wrecking Horns

Con la morte di Clarence, elaborata con difficoltà la tragica perdita umana e professionale del nostro unico e inimitabile Big Man, l’annuncio prima del nuovo album, poi dell’ ormai imminente tour, ci siamo tutti posti la domanda di cosamai Brucesi sarebbe inventato per “sostituire” (e il termine suona sacrilego) il suono irriproducibile del suo sax. In un recente articolo, il PinkCadillac provava a riflettere sulle possibili opzioni: da Ed Manion ad Alto Reed, da Jake Clemons all’intera sezione fiati degli Jukes. Senza nulla togliere ai singoli artisti menzionati, parteggiavamo palesemente per quest’ultima scelta, innescando un interessante botta e risposta tra fans, intervenuti per esprimere le loro supposizioni e preferenze.

Ma come nacquero i Miami Horns? Ripercorriamone velocemente la storia.

Nel gennaio 1976 Steve Van Zandt curò il contratto discografico per Southside Johnny & The Asbury Jukes. D’altronde è noto che Steve oltre ad essere un membro storico della E Street Band, era anche cantante, chitarrista, cantautore, manager, produttore e arrangiatore per la band che lui e Southside Johnny aveva co-fondato agli inizi del 1975.

All’epoca, la sezione fiati degli Jukes aveva un solo membro fisso, il sassofonista Carlo Novi. Tuttavia per la registrazione di I don’t want To Go Home, Van Zandt  mise insieme una sezione fiati -composta da Rick Gazda (tromba), Bob Malach (sax tenore), Deacon Earl Gardener (tromba), Bill Zacagni (sax baritono) e Louie Parente (trombone)- formando il quintetto originale dei  Miami Horns.  Giusto per chiarire: il collegamento con la città di Miami fu assolutamente casuale. Van Zandt aveva acquisito il soprannome di Miami, grazie alla sua antipatia nei confronti dell’inverno e di conseguenza la sezione fiati divenne nota con lo stesso soprannome. In altre occasioni hanno suonato come The Jukes’ Horns, La Bamba’s Mambomen, The U.S. Horns, The J.A.M. Horns, The Tunnel Of Love Horns, The Horns of Love e The Late Night Horns. Il line-up è stato spesso improvvisato, a seconda della disponibilità dei singoli artisti e di fatto, Richie “La Bamba” Rosenberg, Mark Pender ed Eddie Manion sono stati i membri più presenti. In ogni caso non appena fu ultimato l’album nel marzo del 1976, con l’eccezione di Rick Gazda presero tutti strade diverse ad esclusione di alcuni sporadici ritorni, come quello di  Bob Malach nel 1977 per un assolo nel secondo album degli Jukes, This Time It is For Real.  In realtà, ad essere precisi, secondo Mike Saunders (storico degli Asbury Jukes), i Miami Horns per un certo periodo furono rappresentati da due gruppi distinti: il primo quartetto -composto da Novi, Manion, Palligrosi e Gazda – suonò con Springsteen il primo agosto presso il centro delle arti Monmouth in Red Bank, nel New Jersey. In quell’occasione Southside Johnny & The Asbury Jukes erano temporaneamente inattivi, ma già da settembre, i quattro si erano riuniti agli Jukes. Un secondo gruppo dei Miami Horns -composto da Ed De Palma (sax), Dennis Orlock (trombone), John Binkley (tromba) e Steve Paraczky (tromba)- debuttò con Springsteen presso l’Arizona Veterans Memorial Coliseum il 26 settembre 1976, proseguendo il tour con lui fino al marzo 1977.

Invece,  più recentemente Rosenberg, Manion e Pender hanno costituito la sezione fiati della Seeger Session Band (Pender e La Bamba saltarono solo alcuni show, o parte di essi, perché impegnati nel Late Night with Conan O’Brien!) e hanno preso parte al Live in Dublin.

Ora la notizia pare proprio ufficiale: nel prossimo tour Bruce Springsteen si accompagnerà agli storici Miami Horns, come confermato dallo stesso Southside Johnny, che scherza sugli occasionali prestiti reciproci di membri della band: “Lui ha più radici rock ‘nd roll, e io ho più radici blues. Io ho una sezione fiati e lui no”. E così, mentre gli Asbury si trasferiscono nella E Street Band, rumors dicono che Southside Johnny sia già in procinto di fondare una nuova blues band.

A nessun singolo sassofonista, dunque, Bruce ha scelto di affidare un fardello così pesante da portare; bensì un’intera sezione di fiati dovrà provare a colmare quel vuoto che appare ancora incolmabile. Tanti uomini al posto di uno, una festa di suoni al posto di un unico leggendario sax…e ciò che ne deriverà non sarà un rischioso patetico tentativo di riproposizione di qualcosa che ormai non ci potrà più essere, ma un sound, che pur riattingendo dal passato, sarà assolutamente foriero di nuove energie, nonchè grande divertimento. Insomma, punto e a capo, nel più autentico stile springsteeniano.

Bruce non è certo nuovo ai cambiamenti nella composizione della band. Dopo The Wild, The Innocent and the E Street Shuffle, il batterista e membro fondatore dell’attuale E Street Band, Mad Dog Vinnie Lopez fu sostituito da Ernest Boom Boom Carter che tuttavia, subito dopo la registrazione di Born To Run, scelse di lasciare il gruppo con l’allora pianista E-streeter David Sancious per suonare in una jazz band. Seguì il famoso annuncio nel Village Voice per la ricerca di un nuovo batterista e un nuovo pianista, che portò all’arruolamento di Max Weinberg e Roy Bittan. Successivamente si aggregò al gruppo Stevie Van Zandt, che diresse The Brecker Brothers horns per la registrazione di 10th Avenue Freezeout e che entrò ufficialmente come seconda chitarra, divenendo parte integrante della leggendaria E Street Band. Ciò nonostante, Steve scelse nell’84 di intraprendere una strada diversa, staccandosi dal gruppo per lavorare da solo. Si pensò in un primo momento che la sostituzione toccasse a Bobby Bandiera, un altro membro degli Asbury Juke, ma Bruce a sorpresa scelse Nils Lofgren, che aggiunse un nuovo spessore al sound della band.

Come è noto, fu poi Bruce a staccarsi dalla band lasciando mezzo mondo di fans spiazzato e incredulo. Certo, fece ottime cose anche con la nuova band, grandi performance live con egregi professionisti,  ma l’annuncio della Re-Union – completa per giunta di Steve-   suonò come uno dei momenti più belli nella biografia springsteeniana per migliaia di vecchi fans.  A parte la breve parentesi conla Seeger Sessions, la band da allora è rimasta sostanzialmente la stessa. Fino ovviamente alla morte di Danny. Anche allora, come oggi, Bruce si trovò nella difficile situazione della sostituzione non solo di “un pezzo mancante”, ma di un amico e compagno di vita. La scelta di Bruce ricadde allora su Charlie Giordano che, pur con il difficile e delicato compito di “rimpiazzare” the Phantom, fin dall’inizio fece un ottimo lavoro con grande professionalità, discrezione e giusto spirito di gruppo.

La storia di Bruce, dunque, ci ha più volte dimostrato che lo show è sempre andato avanti e i fans non sono mai rimasti delusi: con ogni gruppo lui abbia suonato – dalla E Street Band, alla No Name Band, alla Seeger Sessions Band – Bruce ha sempre prodotto pezzi di grande musica e, per quanto diverso fosse ogni tassello,  è rimasta sempre fortemente riconoscibile la sua impronta, o anche la sua promessa.

Vero è che Big Man potrà pure essere sostituito come sassofonista, ma come icona MAI. A questo punto, forse meglio un gruppo di fiati che un altro singolo uomo accanto a Bruce sul palco. Qualunque sarà, tuttavia, la decisione di Bruce, sarà sicuramente quella più giusta (tecnicamente e simbolicamente) quella più saggia e quella per noi – speriamo – meno traumatica.

Su alcuni blog ci si interroga se sia giusto o meno riproporre Jungleland durante il prossimo tour.  Stupidate! Vi ricordate quando ci chiedevamo che fine avrebbe fatto Sandy con la morte di Danny? E poi però eravamo i primi a richiederla durante gli show.  A mio modesto parere, “Jungleland” è probabilmente uno dei pezzi più struggenti e densi di tutto il repertorio springsteeniano, una gamma completa di trame emotive e sonore, che va dalla toccante intro violino e piano di Suki Lahav e Roy Bittan al momento apicale del sax di Clarence Clemons. Sì, quell’assolo che ci ha fatto più volte lacrimare e al quale era impossibile assuefarsi. Per non parlare di quella folta schiera di personaggi  - da Cherry Tops a  Magic Rat-  che ormai annoveriamo tra i nostri forever friends. Dunque, si può immaginare un tour senza “Jungleland”?

Jake alla morte dello zio scrisse: «La gente mi dice : “Tocca a te ora”, ” Dovrai tu portare la fiaccola”, “Tu sei l’eredità”. Ma tutto questo non può farlo una singola persona. Clarence era più di un sassofonista, egli era un ambasciatore con la missione di diffondere amore e gioia al mondo. Spetta a tutti noi ora. Noi tutti dobbiamo portare la fiaccola. Dobbiamo tutti essere la sua eredità». Già! Tutti noi.

Ricordiamo anche quanto ha detto Bruce: “Clarence non lascia la E StreetBand quando muore. La lascerà quando tutta la band non ci sarà più”. Non è solo una questione di sax: in ottobre allo Stone Pony il pubblico ha sostituito con il canto gli assoli di sassofono durante “Tenth Avenue Freeze Out”. Personalmente, non riesco a immaginare un tour senza Jungleland. Non importa da chi e come sarà suonata, ma il modo migliore di ricordare Clarence è continuare a celebrarlo.

~ di pinkcadillacmusic su 1 febbraio 2012.

Una Risposta to “The Wrecking Horns”

  1. Da un punto di vista sentimentale , condivido anch’io la scelta di Clarence Jr., ma nella pratica anche questo è camminare alla cieca.. Vedremo… e speriamo il meglio!

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