Bye bye bloodbrother, great Big Man!


Big Man se n’è andato ieri, 18 giugno, alle sette di sera a sessantanove anni,  lasciando un vuoto incolmabile non solo nella E Street Band, ma nei cuori di tutti coloro che lo hanno conosciuto. Non è il momento per freddi profili biografici. Non siamo ancora pronti tecnicamente ma, soprattutto, emotivamente. Ci sarà tempo, ahimè, per compilare quelle pagine sulla sua densa vita artistica e professionale che non avremmo mai voluto concludere con la parola “fine”. Vogliamo ricordarlo, per il momento, come lo ha ricordato Bruce: “Clarence ha vissuto una vita meravigliosa. Portava dentro di sé un amore per le persone che faceva innamorare le persone di lui. Ha creato una splendida e numerosa famiglia. Amava il sax, amava i nostri fans e dava sempre il massimo ogni volta che saliva sul palco. La sua perdita  è incommensurabile. Siamo onorati e grati di averlo conosciuto ed aver avuto la possibilità di stargli accanto per quasi quarant’anni. E’ stato un mio grande amico, mio partner: con Clarence al mio fianco, la mia band ed io abbiamo potuto raccontare una storia che va ben oltre quelle narrate dalle nostre stesse canzoni. La sua vita, la sua memoria e il suo amore continueranno a vivere in quella storia e nella nostra band”.

Una storia che ebbe inizio una notte burrascosa dell’estate del 1971, durante uno show di Bruce allo Student Prince di Asbury Park, quando l’allora sassofonista della Norman Seldin and the Joyful Noise band, un gigantesco ex giocatore di football chiamato Clarence Clemons, entrò nel locale e si accodò al gruppo su Spirit in the Night. Ciò che accadde dopo quello storico incontro – fissato per sempre in Tenth Avenue Freeze Out (“Well the change was made uptown/and the Big Man joined the band….From the coastline to the city/all the little pretties raised a hand.”) – è stato più volte narrato dagli stessi protagonisti: “Bruce ed io ci guardammo senza dire nulla, ma… sapevamo. Sapevamo che eravamo gli anelli mancanti delle nostre reciproche vite”. Clarence suonò poi in “Greetings From Asbury Park, N.J.”, segnando di fatto un cambiamento epocale nella storia della musica americana e unendosi definitivamente a quella che sarebbe diventata “the legendary E Street Band”.

Ma Clarence non era solo un eccellente musicista. Big Man, in coerenza con la sua poderosa mole, aveva una grandissima personalità ed era un uomo di immenso cuore e animo, componenti essenziali sia nella musica di Springsteen sia nello spirito del gruppo. E la sua presenza immensa e carismatica è sempre stata per Bruce di fondamentale sostegno tanto sul palco quanto nella vita. Lo stesso era Bruce per Clarence che non potendo esprimere meglio il sentimento profondo che li legava, aveva detto nel 2009 «è la più forte passione che due persone possano condividere senza fare sesso. È amore».

Negli ultimi anni ci eravamo abituati a vederlo seduto su una poltrona sul palco che gli consentiva tra un pezzo e l’altro di riposare le sue malconce ginocchia, più volte sottoposte ad interventi chirurgici. Eppure era sempre lì, con tutto il suo fiato, pronto ad ergersi come una torre in tutta la sua possenza ad ogni indimenticabile assolo, o a salutare solennemente il suo pubblico, quando Bruce acclamava il suo nome.

E l’immensa tristezza che accompagna questa notizia per ognuno di noi, non è dovuta solo alla perdita di un grande musicista, ma alla consapevolezza che con lui si chiude per sempre un’epoca. Musicalmente, il sax di Clarence era riconoscibile tra mille altri sax, come una protesi delle sue stesse corde vocali, con un timbro tutto suo, una tecnica assolutamente unica. Riusciamo a immaginare un altro sax in Jungleland? Quanto diveniva struggente grazie a Clarence la fine di Magic Rat in quella immagine notturna della giungla d’asfalto… Così come per Badlands, Born to Run, Bobby Jean e tutti i pezzi soffiati dall’ancia del suo sax non saranno mai più gli stessi. Scenicamente, l’invadenza fisica di Big Man ma anche la sua discrezione, la sua autoironia, le gag con Bruce, la sua grassa e coinvolgente risata in Santa Claus, il suo vocione nei controcanti lasciano un vuoto incolmabile su un palco che, per quanto continueremo ostinatamente ad immaginare con un Bruce in piene forze, avrà perso con Clarence gran parte della sua trascinante energia. Last but not least, per chi come noi è cresciuto trent’anni con Bruce e la E Street Band, accettare che Clarence sia d’ora in poi solo un ricordo fa male. E’ come perdere un amico e chi è springsteeniano sa che non c’è nulla di retorico. Purtroppo – o per fortuna – è così, e il ripetere a noi stessi che ha vissuto una bellissima vita è solo una parziale consolazione. Big Man, the Minister of Soul, the Heart of the Band se n’è andato con il suo Big Horn e con chi sa stavolta quale strana palandrana addosso, lasciando un Bruce disperato e un mondo da oggi più povero.

Non c’è concerto che non si sia concluso con l’abbraccio di Bruce al suo Big Man. Non c’è fan che non si unisca idealmente a Bruce in questo ultimo commosso abbraccio al Great Man, che persino oggi, ne siamo certi, fa un passo avanti, unisce le mani e, piegandosi silenziosamente in avanti con un ampio sorriso, ringrazia ancora e per l’ultima volta il suo pubblico.

 We’ll miss you, big bloodbrother.

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~ di pinkcadillacmusic su 19 giugno 2011.

Una Risposta to “Bye bye bloodbrother, great Big Man!”

  1. Se fué un gran hombre y yo creo que uno de los mejores amigos de Bruce

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