Da il “Corriere della Sera” un interessante articolo su Bruce Springsteen


Il Boss e la vocazione che risveglia l’America

di Matteo Persivale

Da 40 anni Springsteen canta disagio e solidarietà «Nella musica cerco di spiegare come sentirsi vivi»

«Per capire come mai Bruce Springsteen, dopo quarant’anni, continua ad affascinarci e a rappresentare un’idea così complessa e interessante dell’America, può essere utile tornare a una lettera che ricevette quasi un quarto di secolo fa. Nel 1989 venne recapitata a Springsteen una busta che conteneva un foglio di bloc notes giallo sbiadito scritto a mano, con la grafia poco leggibile e incerta e una firma sorprendente. Quella di Walker Percy, il grande romanziere e filosofo americano, autore di L’uomo che andava al cinema. Aveva scritto al Boss quella che definiva “una specie di lettera da fan” perché “mi pare che noi due siamo una rarità nelle nostre rispettive professioni, lei come musicista postmoderno e io come scrittore e filosofo…”.

A Percy, intellettuale cattolico, interessava il percorso spirituale così evidente nelle canzoni di Springsteen incise attraverso gli anni, e citava nella lettera un aneddoto su Flannery O’Connor, anche lei cattolica, molto ammirata da Springsteen. O’Connor, scriveva Percy, “stava partecipando a un seminario con alcuni ex cattolici alla moda come Mary McCarthy. Mary, credendo di dimostrarsi generosa verso la Chiesa, disse una cosa del tipo ‘bè, è vero, tra i rituali cattolici l’Eucaristia è un buon simbolo’. Flannery, che non aveva ancora aperto bocca, rispose con una sola frase: “Io dico che se fosse solo un simbolo, sarebbe completamente inutile”. Springsteen, ex chierichetto e “cattivo cattolico”, non fece in tempo a rispondere a quella lettera straordinaria scritta da un letto d’ospedale: Walker Percy, lo scrittore che voleva indagare sulla spiritualità di Springsteen, morì qualche mese dopo e il musicista ammise anni dopo che, da ex ultimo della classe, non si era sentito capace di rispondere come meritava alla lettera di quel grande intellettuale. Ma passato qualche anno, parlando con il nipote di quel grande autore, Springsteen sottolineò come “la durezza e la profondità di L’uomo che andava al cinema sono rimaste sempre con me, le idee di quel romanzo sempre presenti nel mio lavoro. Walker Percy era interessato a scrivere su ogni cosa e anch’io, nella mia musica, ho cercato di farlo. Volevo cercare di esprimere cosa significa essere vivi oggi, cittadini di questa nazione in questi tempi, che cosa significa e quali possibilità abbiamo, noi che siamo nati qui e adesso, che cosa possiamo essere capaci di fare delle nostre vite. Quelle erano le idee che mi interessavano”.

A trentanove anni e mezzo dall’uscita del suo primo disco, dopo milioni di copie e matrimoni e straordinari successi e grandi dolori e una lotta attraverso i decenni contro la depressione, quelle idee continuano a interessare Springsteen e a rappresentare il carburante del suo lavoro di autore di canzoni e di interprete sul palco. Ai colleghi che dopo 40 anni si sono adattati con maggiore o minore dignità e maggiore o minor successo al ruolo di esecutori di cover dei successi di una volta, Springsteen contrappone il modello di colui cerca sempre di scrivere cose nuove, nel caso dell’ultimo cd Wrecking Ball l’ispirazione è la crisi economica. È una scelta di campo, la scelta di continuare a mettersi in gioco come fece nel 2001, pochi giorni dopo l’11 settembre quando il Boss era tornato nella sua Asbury Park, New Jersey, per vedere l’oceano. A un semaforo, l’automobilista di fianco abbassò il finestrino e gli disse: “Ora abbiamo bisogno di te”.

Springsteen andò a casa, cominciò a dialogare – “con pudore infinito e infinito rispetto per la loro perdita” – con le vedove dei tanti pompieri caduti quella mattina dei quali era il cantante preferito. E alla fine registrò «The Rising», uscito nel 2002, pieno di immagini bibliche – il sangue, il fuoco, il cielo, la pioggia. E ora, dieci anni dopo, con l’America – e il mondo – azzannati da una crisi che sembra non finire mai, ecco la “Spoon River dei dimenticati”, Wrecking Ball, che contiene un nobile inno alla solidarietà, We Take Care of Our Own, [Noi ci prendiamo cura dei nostri fratelli]. “Ricordo le umiliazioni subite da mio padre quando non riusciva a trovare lavoro, costretto a dipendere da mia madre – ha ricordato Springsteen alla presentazione del disco -. Ricordo la sua rabbia, la sua autostima in frantumi. È il mio imprinting. Per questo capisco la destra dei tea party: l’economia che passa dal manifatturiero ai servizi si lascia indietro tanta gente che sa solo lavorare con le mani. Non possiamo ignorarli, sono nostri fratelli”.

E proprio il musicista che ripete come “quando cresci cattolico lo resti tutta la vita” (come aveva capito, senza averlo mai incontrato, Walker Percy) ci ricorda a ogni passo,in un’America e in un mondo sempre più divisi, che siamo tutti fratelli. L’ultimo esempio? Dopo la morte del sassofonista e amico fraterno Clarence Clemons, quando la E Street Band tornò a esibirsi in concerto con Springsteen nel tour di Wrecking Ball, erano in pochi a pensare che avrebbero suonato ancora dal vivo Jungleland, la canzone che chiude Born to Run e contiene quello che è probabilmente l’assolo di sassofono più famoso della carriera straordinaria di Big Man Clemons. E infatti, per mesi Jungleland sparì dalla set list dei concerti di Bruce e dei suoi amici. Su Internet, i fan scrivevano che in segno di lutto la canzone non sarebbe stata più eseguita. Finché una sera, a Gothenburg, Svezia, era il 28 luglio, ecco Jungleland. Con il nipote di Clarence, Jake Clemons, a suonare le note rese celebri nel mondo dai polmoni e dal cuore di suo zio mentre il Boss cantava “…e i poeti quaggiù non scrivono nulla, lasciano solo che le cose succedano da sole”. E ancora sabato scorso, al Foxboro Stadium, poco lontano da Boston, un’altra volta Jungleland, un’altra volta Jake, e un boato del pubblico tanto forte quanto quelli che accompagnavano suo zio, per insegnarci che la musica non sta nei musei o dietro le teche di vetro ma appartiene a tutti noi che ne abbiamo bisogno. L’ultima lezione, in ordine di tempo, delle tante che ha dato Bruce Springsteen, poeta per vocazione, cattolico per necessità.»

Corriere Della Sera, 21 agosto 2012

~ di pinkcadillacmusic su 21 agosto 2012.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger cliccano Mi Piace per questo: