Springsteen si racconta su Rolling Stone: la traduzione dell’intervista integrale


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Ecco la traduzione dell’intervista integrale pubblicata su “Rolling Stone” (edizione americana), nella quale Bruce Springsteen si racconta, citando anche il concerto napoletano dello scorso 23 maggio.

Q&A: Bruce Springsteen on Touring Europe, the E Street Band and a Half-Century of Rock

di David Fricke

«Nel nuovo numero della rivista “Rolling Stone” [ed. Americana], Bruce Springsteen rilascia importanti dichiarazioni relative a quasi un anno di attività, proprio nel bel mezzo dei live e l’euforia del suo attuale tour tra stadi e festival europei. Nel backstage di Padova e a Milano, durante la definizione delle set lists – che come sempre ignorerà una volta salito sul palco per calarsi nei sentimenti e nei desideri del suo pubblico – Springsteen, 63 anni, parla a lungo del rinnovamento e del dinamismo della sua E Street Band e della risonanza potente, emotiva delle sue canzoni all’estero: dai racconti del New Jersey dei primi anni Settanta agli argomenti di attualità toccati con Wrecking Ball l’anno scorso; dalla scomparsa del suo grande amico e sassofonista Clarence Clemons due anni fa, all’arrivo al suo posto del nipote di Clarence, Jake, che ridarà vita a quegli assoli divenuti icone suonando il sassofono originale di suo zio e portando la storia di Springsteen a una fase nuova, di rinascita.

“Quante erano realmente le probabilità che il fratello di Clarence avesse un figlio, e che questo avrebbe suonato il sassofono e che si sarebbe trovato on the road con Clarence…” Springsteen si chiede a un certo punto a Padova, con voce stupefatta. “Jake ci ha permesso di affrontare l’eredità di Clarence, di affrontare la morte con continuità”. “Si deve ricordare per ricostruire”, continua mentre i 40.000 del pubblico fuori già fanno sentire la loro voce in modo assordante prima del concerto. “Qualcosa è accaduto attraverso questo periodo di tempo, negli Stati Uniti e in Europa, che ha ulteriormente approfondito il nostro rapporto con il pubblico. Ora è una parte integrante della nostra esperienza.”

Quelli che seguono sono ulteriori estratti da quelle dichiarazioni, incluso un annuncio importante: l’anno prossimo, Springsteen celebra il suo 50° anniversario come live performer e musicista. Ed ecco come ci è arrivato.

Come descriveresti il riscontro che hai in Europa?

È affascinante. Abbiamo suonato a Napoli. Era solo la seconda volta che suonavo nel sud Italia. Eravamo a circa 30 minuti dalla terra dalla quale provengo, Vico Equense [dove è nato nonno materno di Springsteen]. C’era solo una generazione di differenza tra me e le persone alle quali suonavo. E sono state incredibili, assolutamente evidente. C’è un’apertura emotiva che è rara negli Stati Uniti.

Perché le canzoni di Wrecking Ball hanno questa fortissima presa sul pubblico europeo, considerando che dopo tutto nei testi si parla dell’America?

L’ultima volta che abbiamo suonato in Irlanda, abbiamo capito che stavano attraversando tempi molto duri. “Jack of All Trades” è stata molto intensa lì. Stavano proprio vivendo quello di cui si parla nella canzone. Ma in genere, non è un’esperienza intellettuale. La cosa bella è che il tuo racconto personale estende il significato delle canzoni che compongono il corpo dello spettacolo. E se si ha la possibilità di sedersi con i singoli fans per parlarne, vedi come tutto questo esce fuori. Non sono problematiche che possono essere facilmente ignorate. E’ da tanto tempo che scrivo di queste cose. Consapevolmente da 30, 35 anni, ma anche da prima in modo naturale. La cosa affascinante, quando arriviamo qui, è che la band è profondamente americana. Abbiamo un pubblico molto generoso, interessato agli argomenti di cui parliamo. Sarà anche il gusto dell’esotico, ma c’è un reale livello di interesse. Le persone sono politicamente consapevoli.

I recenti tour europei hanno contribuito a prolungare la vita della E Street Band? Continuate a venire qui in un momento in cui per molte band con gli stessi anni della tua, scelgono di restare negli States per ripetersi ciclicamente.

Abbiamo una idea molto semplice: siamo sul pianeta per farlo una volta in più per voi. [Ride] Quello che è successo ieri o l’anno prima o 30 anni fa, speriamo di averlo fatto bene. Ma noi siamo qui per farlo per voi ANCORA [pausa] UNA [pausa] VOLTA. Cerchiamo sempre di scrivere ancora un’altra canzone e poi un’altra ancora che significhi qualcosa per voi, così come, spero, è successo per alcune delle mie precedenti musiche. E noi siamo qui per darvi ancora un altro show che vi faccia sempre sentire come se stasera fosse lo show più bello di sempre. E’ solo un codice etico. Non siamo qui per passare il tempo.

Quindi non si tratta di una vacanza estiva.

No. La cosa importante per la nostra band è stata che ha avuto un lancio unico. Torno all’inizio. Firmai per un’etichetta discografica contemporaneamente al mio amico Elliot Murphy, che registra ancora oggi grandi pezzi. Avevo firmato insieme a Loudon Wainwright III, John Prine.

I cosiddetti nuovi Dylan.

Ma ero un lupo travestito da pecora. Perché avevo trascorso otto o nove anni tutte le più assurde esperienze prima di firmare quel contratto. Avevo suonato davanti a ogni tipo di pubblico immaginabile: un pubblico tutto nero, tutto bianco, fiere di vigili del fuoco, della polizia, davanti a supermercati, a bar mitzvah, a matrimoni, ai cinema Drive-in. Avevo visto di tutto prima ancora di entrare in uno studio di registrazione. Si ha bisogno di due cose per rimanere sempre con i piedi per terra. Si ha bisogno di continuare a scrivere bene e restare dentro le questioni del tuo tempo. E devi continuare a fare registrazioni buone, pertinenti. La gente dice: “ha registrazioni di 20 anni fa. Non ne ha bisogno di nuove.” E invece no, è necessario scrivere sempre nuovi pezzi perché se le persone sono interessate al mondo hanno bisogno del nuovo. Perché c’è sempre qualcosa di nuovo in esso.

Sei stato in tour l’ultimo anno e mezzo con una nuova E Street Band, molto grande comprensiva di fiati, cantanti extra e percussioni.

La Seeger Sessions band, ho incorporato alcuni elementi da quella. Poi quando Clarence è scomparso, siamo stati fortunati che c’era Jake. Non andavo in tour con una sezione di fiati dalla fine degli anni Ottanta. E’ stato come se ci fossimo detti “proviamo!”. Durante il corso della serata, c’è una gamma di sonorità diverse a cui attingere ed è ciò che sostanzialmente differenzia questa band dalla precedente E Street Band. È un vero e proprio ripensamento di ciò che è la band.

Ti rende libero come performer avere tale armeria alle spalle?

Ho avuto una band di dieci pezzi quando avevo 21 anni, la Bruce Springsteen Band. Questa è solo una versione leggermente ampliata della band che avevo prima di firmare il contratto discografico. Abbiamo avuto cantanti e fiati.

Come li pagavi?

Questo era il problema. Pagare e viaggiare era impossibile. Avremmo fatto al massimo una dozzina di show. Abbiamo viaggiato nel retro di un camion Hertz, con tutte le attrezzature [ride]. Non durò a lungo. La band tornò ad essere composta da 5 elementi. Ma l’idea è rimasta. E posso permettermelo ora. Ma il punto centrale è la band e il live come strumento di ringiovanimento. Mantiene la musica viva, vibrante, attuale. Il che è stato di enorme valore per noi. E’ uno stimolo a vivere, ogni singola notte. Non si può sottovalutare questo particolare potere.

Parli molto di “noi”. Ma che mi dici del tuo personale sentimento, della tua forza vitale? Stai facendo questo dalla metà degli anni Sessanta.

Sono in realtà 50 anni l’anno prossimo [ride].

Non ti sembra straordinario?

Non sono certo che sarei riuscito ad immaginarlo all’epoca. Quando ho iniziato, avevo quattordici anni e mezzo. Ricordo che c’era una comitiva di ragazzi sulla spiaggia ogni domenica. Dicevo “vorrei suonare abbastanza bene per sedermi tra loro. Quello che voglio fare è solo suonare abbastanza bene così che una domenica potrò sedermi tra quei ragazzi e suonare.” C’erano 19 o 20 ragazzi. Suonavano “La Bamba”, “Twist and Shout”. Chitarre e Bongo… Tutto qua, sulla spiaggia principale di Manasquan [New Jersey]. Poi sono passato a a vedere le band e a osservare il ragazzo che si trovava backstage, che suonava la chitarra ritmica. “Vorrei essere quel ragazzo. Vorrei solo essere lì, conoscere alcuni accordi, datemi il mio posto. Lasciatemi essere abbastanza bravo solo per essere una parte di tutto questo”. Quello era il mio sogno. E l’ho seguito. E si è trasformato in una vita, quella che non avrei avuto il coraggio di immaginare quando ero giovane. Ma un pezzetto alla volta… Così ora, non mi sembra strano che va avanti da 50 anni. È quello che faccio. E cosa devo fare? Io vivo per farlo per voi ancora una volta [ride]. E’ assolutamente naturale per me. Quello che non riesco a immaginare è di non farlo più. Questa è la principale forza vitale. Vado a casa dopo un lungo tour e subito comincio a pensare “Quale storia va raccontata? Che cosa devo dire di importante a un ragazzino di 15 anni o a un vecchio di 70 anni là fuori?” E’ una brama. E’ come respirare, non è qualcosa su cui devo concentrarmi. Non lo sento come un lavoro. E’ come un’avventura. Ho sempre cercato il successivo passo, la successiva canzone».

~ di pinkcadillacmusic su 23 giugno 2013.

2 Risposte to “Springsteen si racconta su Rolling Stone: la traduzione dell’intervista integrale”

  1. E’ bello sapere che quel concerto straordinario e’ rimasto anche nel suo cuore, oltre che nei nostri. Quella terra magica e incantata da cui provengono le sue radici ha ispirato molti poeti che l’hanno visitata, Bruce, torna a Surriento, per ascoltare la “voce delle sirene” e trascriverla in un album nuovo.

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  2. L’ha ribloggato su Amolanoia.

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