10 Giugno 2012, Bruce Springsteen & The E Street Band – Firenze, Stadio “A. Franchi”


Accadde oggi!

European leg of the “Wrecking Ball” tour 2012

firenze 2012

BRUCE SPRINGSTEEN Live! Firenze 10 giugno

Ci sono alcune cose da fare, nella vita.

Sono quelle per cui, penserai un giorno, è valsa la pena vivere.

Un concerto di Bruce Springsteen è una di quelle. Non solo se sei un fan, quello è scontato. Lo è se, in quell’arte popolare che chiamiamo rock, sei alla ricerca di qualcosa di più profondo, di più illuminante, di più sacro. Qualcosa che vada aldilà della musica stessa. Quel non so che, magico e devastante insieme, che si compie quando il rapporto fra un artista e il suo pubblico diventa una condivisione dannatamente fisica e devotamente spirituale. Quando il potere si manifesta, ed è un potere salvifico, innalzante, catartico.

Quando ti senti partecipe di qualcosa che è allo stesso tempo un gioco –com’altro definire il rock’n’roll, nato per divertirsi e per rimorchiare e per fare un po’ di soldi?- e una comunione d’amore di migliaia di anime, almeno per una sera in sintonia totale.

Ma la potenza è niente, senza il rispetto. Se no sarebbe solo rock’n’roll. Sarebbe solo una bella serata su un prato, un sano sfondarsi le orecchie cantando a squarciagola. C’è di più. C’è quel rispetto per la persona. C’è quella sorta di leadership naturale –fondata sulla condivisione, non sulla manipolazione- che accade così raramente. Marley era così. Essere quello in cui la gente ha fede, quello che dice le cose giuste. Fa le cose giuste. Canta le cose giuste.

Bruce Springsteen, dal bdc del mondo di Freehold, New Jersey, bilancia, 62 anni a settembre portati come un atleta ancora sul podio, abbronzato e palestrato, essenziale nei suoi stivali Martens e jeans e gilet nero, è quel genere di persona. E consegna anche questa sera di estate imbizzarrita un dono meraviglioso: una sontuosa metafora della vita, la storia di un ragazzo qualunque diventato star, ma prima di tutto uomo. Apre il suo diario, onesto e credibile, e mentre scorrono le pagine, tutto si rivela. Ogni pagina, ogni riga, ogni pennata riporta su i ricordi di quella crescita. Sua e tua. Dov’era lui, dov’eri tu.

Se hai vissuto con lui quei primi anni 70 mingherlini, barbetta e già prigioniero del r’n’r, sono i tuoi vent’anni che risalgono, e ti passano davanti agli occhi. Ma il mondo di Springsteen, in 40 anni, di porte d’entrate ne ha offerte veramente tante, tante quanto le persone che lo hanno amato: le voglie giovanili, scanzonate e indistinte e caciarone. La cupezza, il dramma, le inchiodate e ripartenze brusche di quando la vita non è chiara, il mestiere è a rischio e il futuro sembra inscrutabile. Il divertimento, la confidenza in sé, il cameratismo che arriva quando anche il successo ti arride. Le grandi responsabilità che questo successo porta. I ripensamenti, le crisi di coscienza, la sofferenza del vedere intorno a te ingiustizia e dolore. La prosa impetuosa, a serramanico, degli inizi che lentamente si è trasformata in una voce moderna della letteratura americana. Le crisi d’amore, l’uscita dal tunnel, l’amore ritrovato, la famiglia. La tua città che va in pezzi, fuoco e fiamme e fumo e morte. La perdita dell’amico del cuore, l’alter ego che, quando eri con le spalle al muro, era lui, il muro. La speranza di un leader che lavori su un sogno, lo renda reale, lo distribuisca a tutti (potremmo citare ognuna delle canzoni, le sappiamo a memoria, giusto?). E, fil rouge attraverso tutto ciò, una chitarra: brandita come spada nella roccia, come simbolo sciamanico da sollevare alla fine del concerto. Non è una storia esemplare, una grande saga che racconta meglio di ogni altra cosa (beh, almeno più divertente di ogni altra cosa) cosa abbiamo vissuto, dentro e fuori, in questi quarant’anni? 

Queste cose le penso una sera, ormai a casa, finalmente asciutto, ma ancora stordito. Provando a capire. Perché qualche ora fa, pigiato e fradicio e travolto dall’esperienza, pensavo al massimo a come certe sere si trasformino e diventino epiche, persino oltre ogni aspettativa.

Firenze, ore 20.00. Uno stadio pieno e in attesa, a volte una attesa di anni. Volti già sorridenti, come chi si sente predestinato, almeno per una sera. Quelli che Springsteen l’ho visto in tutte le tappe. Quelli che c’erano anche a Milano 08 e Roma 09, e lo scrivono sul lenzuolo, come allo stadio la domenica. Quelli che la domenica allo stadio ci sono sempre, ma c’erano anche a Barcellona e SanSiro, come Ambrosini, capitano mio capitano, berrettino in testa, t-shirt bianca e Born To Run tatuato nello spirito e sulla pelle. Quelli che hanno dormito lì davanti ai cancelli con i figli, e quelli che hanno vinto la lottery, e si sentono miracolati dentro il pit. Quelli che stanno lontani lontani, in tribuna e curva, troppo lontani noncicascopiù ho pensato l’ultima volta. Quelli della Barley Arts, che dopo le multe per gli sforamenti e tutte queste stronzate burocratiche sono ancora lì a fare da medium, e sono anche rilassati e felici. Quelli che ti riconoscono, e trent’anni dopo ancora ti ringraziano per quei 15’ di No Nukes in coda a Mr Fantasy che gli hanno cambiato la vita. Quelli che hanno il cannone da 500 e quelli che hanno una camerina, o una tascabile, o un telefono e fra poche ore riempiranno il web di immagini e commenti. Quelli che si son portati i cartelli con le canzoni, e sanno che finchè ci sarà concerto ci sarà speranza, anche per le cose inusuali (la presleyana Burning Love, per esempio). Quelli che si son portati l’ombrello e quelli che hanno solo una maglietta e non guardano ancora insù, cielo grigio e nuvoloni neri, e aria di pioggia.

A volte, serve la forza della natura per rendere un evento quello che è già straordinario.  Perché evento sarà, questo 10 giugno al vecchio Artemio Franchi.

Tre ore e mezza ininterrotte, come segnalibri in testa C’era Una Volta il West di Morricone ad accompagnare l’elegante manipolo di cowboys della east coast, tutti in nero, che salgono pronti all’ennesimo showdown con la gloria. E, in coda, un abbraccio che li unisce tutti, mentre lo schermo dietro rimanda immagini di applausi, e mani al cielo, e lacrime miste alla pioggia, e facce stravolte che – se solo fosse possibile- non andrebbero più via. In mezzo, trenta canzoni, un’antologia tutt’altro che completa (come può esserlo, quando manca l’inno nazionale, la strada di tuono?) di quel percorso, di quel viaggio nelle miserie e nelle nobiltà dell’animo umano.

E’ una scaletta da 2012, molto diversa rispetto a quella che poteva essere solo dieci anni fa. Si apre con i classici: le terre maledette, e l’invocazione a non arrendersi, ma non è più in gioco la propria gioventù, la propria identità individuale. Il proprio fuggire lontano. Non c’è più quella sfilata di ragazze con un nome al posto di un volto: Mary, Bobby Jean, Rosalita, Sandy e tutte le altre. Al loro posto ci sono i volti senza nome di coloro che sono stati derubati dalla vita, a volte della vita stessa. C’è l’America in ginocchio, che deve prendersi cura di sè, assediata da nemici insospettabili e dal fuoco amico dei finanzieri senza scrupoli. Ci sono gli Stati Uniti dei mutui tossici, degli uragani assassini, dei baroni ladri impuniti che hanno portato la morte nelle hometowns. La land of hopes and dreams in cui promesse e sogni, quello ‘americano’ in primis, qualunque cosa sia, si sono troppo spesso trasformati in incubi, meno prosaici e molti più letali.

Sono loro i fantasmi che si muovono nell’America del nuovo millennio, sono loro i nuovi Tom Joad, sono le strade urbane devastate la versione attale delle vuote autostrade in b/n del Nebraska.

Ma, dato che Bruce non è un politico, ma un intrattenitore con il dono della liturgia, cresciuto alla scuola del rock e del soul che offrono redenzione, a capo di una E St Band gioiosa macchina da guerra, tutto il resto è divertimento, e gioia, ed estasi senza pensieri cupi.

Mettete la freccia su YT, fate clic e ogni singolo pezzo vi desterà dal torpore, vi drizzerà i peli sulle braccia, vi farà scendere lucciconi come il vostro giorno più bello. Bruce non sta fermo un attimo: schitarra, e fa le pose da bullo, scucchia in alto e pettoinfuori, e incita lo stadio a sollevarsi, alla Gattuso, e scende giù, e corre di qua, e si protende di là, e urla Firenze vi amo una due tre volte. Poi, leggera prima, sempre più insistente dopo, scende la pioggia. Ma che fa? Il mondo intorno a me non crolla anzi, come si dice a Roma, je rimbalza. Bruce legge una dedica ai terremotati prima di Jack Of All Trades, decolla su Prove It All Night, si getta nelle cover di Honky Tonk Women e Burning Love, sputa acqua in controluce prima di Working on a Highway, da spazio a quella ballate dal sapore irlandesi (Shackled And Drawn e Death To my Hometown) così simili alle Seeger Sessions, e si tuffa per l’ennesima volta –ormai è temporale- sulla pedana per tirare su un bambino, calzoni corti e giacca a vento nera, e porgergli il microfono su Waitin’ On A Sunny Day: il piccolo non perde né il tempo né l’intonazione (che culo!) e Bruce dimostra che anche gli dei dello Zecchino d’Oro sono dalla sua. Poi racconta di come agli inizi la gente dalla sua band voleva sentire le cover dei classici di soul e r’n’b, e scivola –tutti i coristi in prima fila- nel raro Apollo Medley, omaggio alla grandezza di un teatro e di un suono che ha dato identità a un popolo il cui colore era dono e condanna insieme. Il suo falsetto sul finale di The River, lungo e intimo, crea per magia istantanea l’unico momento di silenzio della serata.

Del resto, ricordo solo il delirio: ormai zuppo, lost in the flood come tutti, capo compreso, macchine fotografiche sempre più appannate, affogate, alla fine inservibili, la tascabile asciutta tirata fuori dalla tasca come la pistolina dagli stivali nei film, un’esplosione di puro rock dopo l’altra (i due Born, Hungry Heart, Seven Nights, Dancing con l’immancabile fortunata presa in braccio come si faceva con la sposa entrando dalla porta di casa), fasci di pioggia in controluce, gocce che rimbalzano sulle teste rasate intorno a me, mani protese verso di lui, che continua a correre, e indicare, e incitare, e a godere come e più di tutti. Bis dopo bis senza neanche scendere dal palco, un groppo in gola quando sulla storia della E Street Band ‘…when the Big Man joined the band…’ tutto si ferma, silenzio in sala, e dal palco il volto partono le immagini di Clarence, il sax del gigante buono, e i suoi occhioni pieni di malinconia fissano noi e brother Bruce, fermo, immobile, sotto la pioggia, microfono alzato al cielo….poi un urlo liberatorio e la musica riprende, il nipote Jake spara nel ‘suo’ sax l’assolo, e la vita continua, perché è giusto così, tanto Clarence c’è ancora, come recita un cartello sul prato, cosa importa se non è più lì fisicamente, come Danny del resto, lo spirito in questa band non muore mai, non dimentica mai, non si ferma mai. Twist and Shout è l’ultimo atto, mani sù e voce ancora di più, e quell’immagine a pochi metri, chitarra dietro la schiena, in posizione mistica, braccia larghe testa indietro, ad accogliere il suono e la pioggia che gli rimbalza addosso, un sorriso estatico sul volto… quella non la dimenticherò mai.

Metà band è già andata, quando Bruce fissa quei volti, e raccoglie l’ultima sfida, l’ultimo coro che sale in un attimo intorno a me: ‘Who’ll stop the rain!’ ripetuto una due dieci volte. “Fuckin’ diehards!”, fottuti duri-a-morire! C’è rispetto da entrambe la parti, c’è riconoscimento fra simili, in quello sguardo. Estrae un ultima volta la spada dalla roccia, 1-2-3-4 e si riparte. John Fogerty l’aveva scritta pensando la pioggia del fallout nucleare, qui di atomico c’è solo il capobanda. Chi fermerà la pioggia? Non Bruce. Bruce non la ferma, la pioggia, le ride in faccia: perché sa, anche lui, che una cosa come stasera non capita tutte le sere neanche in questo suo mondo incantato, in cui non c’è spazio che per la passione, la fede, l’identificazione totale.Like spirits in the night, man.

Il potere del rock ancora esiste. E se non ci credete, allora è sicuro che avete ancora una cosa da fare, nella vita. Just do it.

Inizio concerto: h. 20:31 / Fine concerto: h. 23.58

Setlist & Videos

1. Badlands
2. No Surrender
3. We Take Care of Our Own
4. Wrecking Ball
5. Death to My Hometown
6. My City of Ruins
7. Spirit in the Night
8. Be True  (tour premiere)
9. Jack of all Trades
10. Trapped
11. Prove it all Night
12. Darlington County (con “Honky Tonk Woman” intro)
13. Burning Love (Sign – Tour premiere)
14. Working on the Highway
15. Shackled and Drawn
16. Waiting on a Sunny Day
17. Apollo Medley
18. The River
19. The Rising
20. Backstreets
21. Land of Hope and Dreams

22. Rocky Ground
23. Born in the USA
24. Born To Run
25. Hungry Heart
26. Seven Nights To Rock
27. Dancing in the Dark
28. Tenth Avenue Freeze Out
29. Twist and Shout
30. Who’ll Stop The Rain

Un’altra spettacolare e leggendaria performance. Ogni ulteriore commento è superfluo.

firenze 2012a

~ di pinkcadillacmusic su 10 giugno 2015.

4 Risposte to “10 Giugno 2012, Bruce Springsteen & The E Street Band – Firenze, Stadio “A. Franchi””

  1. battezzato il giorno dopo a Trieste, ho poi appena fatto Padova e sto per andare a Roma, grazie per questo resoconto da un anno fa! Vorrei farvi leggere invece la mia storia di Padova, dove il boss è protagonista ma non solo lui…grazie!

    http://ilmojitoperfetto.com/2013/06/04/la-favola-di-caterino/

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    • Ciao carissimo, non so se hai mai ricevuto risposta a questo tuo post. Volevamo dirti grazie per questo bellissimo e appassionato racconto! davvero molto bello…ci farebbe piacere se continuassi a segnalarci quello che scrivi. Un abbraccio da tutti i pinkers!

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      • Ma grazie a voi!!! vi ho anche visti a Roma, io ero quello con il cartello per Sad Eyes, subito dietro alle due sposine. Al prossimo vengo a conoscervi. Penso che a breve scrierò qualcosa su Roma, e come si fa a non farlo?🙂 Grazie ancora!

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