A vent’anni da The Ghost of Tom Joad di Bruce Springsteen


ghost

Abbiamo appena celebrato i primi quarant’anni di Born to Run; il trentacinquesimo anniversario del The River tour, partito il 3 ottobre 1980, dalla Crisler Arena di Ann Arbor, in Michigan;  il giorno prima, ma di ben trent’anni fa (2 ottobre 1985) si concludeva al Memorial Coliseum di Los Angeles il Born in The USA tour che avrebbe consacrato definitivamente Bruce rockstar planetaria; in questi stessi giorni nel 1998 si annunciava la prossima uscita (10 novembre) del sorprendente cofanetto Tracks…e così via. Quasi ogni giorno dell’anno corrisponde a un “Accadde oggi” che ci consente di ripescare date e pietre miliari attraverso le quali non solo rievocare storie collettive e personali- dandoci al contempo la misura di come la nostra vita sia stata costantemente intrecciata a quella di Bruce – ma anche ripercorrere quella che da “futuro del Rock ‘nd Roll” è divenuta “Storia del Rock ‘nd Roll”, scandita dalla produzione di un artista sempre in movimento e in incessante ricerca. Così oggi va assolutamente ricordato che vent’anni fa,  il 21 novembre 1995 usciva con il titolo “The Ghost of Tom Joad” uno dei lavori più poetici, densi e filmici mai realizzati da Bruce. Soozie Tyrell – violinista che ha giocato un ruolo chiave nelle sessions dell’album- ha dichiarato a The AV Club: “Questo è uno dei miei dischi preferiti, ogni volta che lo ascolto mi commuovo. Ogni canzone è un romanzo breve … così ricca di narrazione eppure così concisa. L’album mi porta in viaggio.” La notizia dell’uscita di The Ghost of Tom Joad, considerato da molti come una sorta di sequel di Nebraska del 1982, fu senza dubbio una sorpresa per i fan. Soprattutto se si considerano l’eterogeneità di sperimentazioni compiute da Springsteen nei due anni precedenti a questo nuovo lavoro. Sulla scia del successo del singolo “Streets Of Philadelphia” (1993) per la colonna sonora del film Philadelphia di Jonathan Demme, Springsteen “armato di una pila di CD pieni di loop di batteria” aveva trascorso la maggior parte dell’anno successivo in studio a lavorare a una nuova raccolta di canzoni elaborate al sintetizzatore, per un album che avrebbe provvisoriamente dovuto chiamarsi Blindspot, spingendosi “decisamente più in là di quanto avesse mai fatto in quel decennio. Molto di ciò emerse da quelle sedute aveva un suono ondulante, da trance, unificato da […] un battito pulsante di sottofondo”(Cfr. Peter Ames Carlin, Bruce, Milano 2013, p. 396). Secondo Carlin, la maggior parte del materiale è rimasta inedita, ad eccezione di una prima versione di “Secret Garden” e di “Missing” (inclusa nella colonna sonora del film The Crossing Guard di Sean Penn del 1995), che ci consentono di comprendere la direzione che Springsteen stava seguendo in quel momento: “percussioni insistenti, fluttuanti velature di sintetizzatore, ritmo di chitarra Chukka-Chukka filtrato attraverso effetto wah-wah e, quando la canzone si avvicina alla fine, un assolo metallico di chitarra che si arrampica come un ragno tra gli altri strumenti”( Ivi, p. 397).

BBA Natale del ’94, Bruce non convinto concluse le sessioni synth. Riunì la E Street Band nei successivi due mesi del ’95 per registrare il “Greatest Hits” previsto in primavera, insieme all’EP di Blood Brothers, che intitola anche il documentario della tanto attesa Reunion. Purtroppo, però la ferita della rottura era ancora aperta e il ritrovarsi non fu così semplice. Le sessioni non funzionavano, sembravano tutti poco convinti, compreso Bruce: furono provate Blood Brothers, Waiting on The End of the World, Secret Garden, Back in Your Arms, Without You, una cover di High Hopes del gruppo fork punk di Los Angeles The Havalinas, e una rivisitazione di This Hard Land, scartata nel 1982. Non tutti i brani entreranno nell’album. Dopo l’uscita dell’album e varie altre occasioni di reunion, per live o registraziani video – nel frattempo Bruce aveva vinto tre Grammy (Miglior Canzone rock, Miglior esibizione rock maschile, Canzone dell’anno) per Streets of Philadelphia – Springsteen partì per uno dei suoi consueti viaggi in moto nel Joshua Tree National Park nel deserto del Mojave, con il suo amico di lunga data Matty Delia. Ed è durante quel viaggio che Springsteen conoscerà “le polverose armate degli immigrati a caccia di lavoro, e non molto distanti, dei corrieri della droga: un’intera economia sommersa che restava ai margini della legge, alimentata in gran parte da persone costrette ad accettare di fare qualunque cosa pur di tirare avanti. Le loro storie fluttuavano nell’aria – racconta Bruce- culture che si scontravano e individui che cercavano di assimilarsi, adattandosi e accettando le regole che gli venivano imposte” [Ivi, p. 403]. Storie che riproponevano centinaia di volte quelle dei migranti di John Steinbeck nel periodi del Dust Bowl degli anni Trenta. I primi germogli del nuovo lavoro spuntarono a gennaio quando Bruce stava cercando di comporre le canzoni da inserire nel Greatest Hits. Combinando le sue esperienze con le cronache che leggeva nel che aveva letto sul Los Angeles Times sulle lotte di coloro che esisteva lungo il confine con il Messico, scrisse The Ghost Of Tom Joad, un affresco della miseria moderna che trasformava il personaggio di Furore di Steinbeck in uno spirito guida per gli emarginati e gli sfruttati. “La loro pelle era più scura e la loro lingua era cambiata”, Springsteen scrisse in Songs nel 2001, “Ma queste persone erano intrappolate nelle stesse circostanze brutali”. Tuttavia, c’era un altro libro che ha giocato un ruolo ancora più profondo nella creazione di queste 12 nuove canzoni: “Ero nella biblioteca una notte, e ho tirato fuori un libro chiamato Journey to Nowhere: la saga di The New Underclass, che avevo comprato anni prima, ma non avevo ancora letto”, racconterà a Bob Costas in un’intervista nel novembre 1995 per la “Columbia Radio Hour”. “Il testo è di un tizio di nome Dale Maharidge e alcune grandi foto di un altro di nome Michael Williamson. Quello che hanno fatto è uscire sulla strada e prendere i treni da St. Louis all’ Oregon, documentando quello che accadeva a questo gruppo di americani nella seconda metà degli anni ’80. […] Sono emerse cose spaventose. Sei colpito dalla paura di ciò che potrebbe succedere se non riuscissi più prenderti cura della tua famiglia, senza una casa, un lavoro… Cosa succederebbe se non si fosse più in grado di pagare l’assistenza sanitaria dei tuoi famigliari e di usufruire delle cure di cui hanno bisogno, che ne sarebbe della famiglia, dei figli…”. Canzoni come “Sinaloa Cowboys” e “Balboa Park” narrano di laboratori di metanfetamine, di trafficanti di droga, di “ragazzi al confine” catturati nelle reti di contrabbando per spacciare pur di rimanere in vita. Brani come “Youngstown” e “The New Timer” scavano in profondità nella questione della diseguaglianza economica e sociale; “Straight Time” e “Highway 29” sono le storie di chi si trova a vivere conflitti morali, tra la scelta dell’integrità e la tentazione di cedere. Springsteen chiamò Soozie Tyrell al violino, Marty Rifkin alla chitarra pedal steel, Gary Mallaber alle percussioni, e Garry Tallent al basso e Danny Federici alle tastiere e fisarmonica. “Le storie sono raccontate senza mezzi termini e sono scarne, essenziali…il tono più che poetico, è colloquiale, come quello di chi racconta la sua storia perché sente il dovere di raccontarla, fosse solo per liberarsi di un peso”, scrisse Mikal Gilmore nella sua recensione all’album su Rolling Stone il 28 dicembre 1995. “Ci sono poche fughe e quasi nessun rilievo musicale in linea con le vite tragicamente piatte dei personaggi. Si potrebbe dire che la musica viene catturata attraverso movimenti sinuosi o cerchi che si ripetono senza rompersi. L’effetto è interesssnate e bello; ci si sente cullare tra arpeggi acustici e le texture della tastiera, attrarre in un sogno dolce ma oscuro. E di fatto è così: si è risucchiati in scenari infernali…l’Inferno americano.”

Ripensando a questi 20 anni dal debutto di The Ghost Of Tom Joad, è interessante osservare la risonanza che questo album ha avuto in questo periodo di tempo. L’album successivo fu The Rising, uscito nel 2002 che raccontò il trauma dell’11 settembre attraverso dolore e speranza e che vide la partecipazione di tutta la E Street Band. E poi tutto il resto, con Devils & Dust del 2005, We Shall Overcome con la The Seeger Sessions nel 2006 alla ricerca delle radici della musica popolare, Magic nel 2007 e Working on a Dream nel 2009, e infine Wrecking Ball e High Hopes che, con il produttore Ron Aniello, sembrano aver ripreso quella ricerca intrapresa nel 1994 dell’uso di loop di batteria e synth. Tra eterogeneità di sound, incessanti ricerche e sperimentazioni, il filo rosso che unisce tutto il lavoro di Springsteen è rappresentato dall’attenzione ai singoli personaggi, dal rispetto per le loro storie, belle o spaventose che siano: “I miei personaggi – disse Springsteen in un’intervista a Costas nel 1995- sono sempre stati in movimento, in corsa da qualche parte, alla ricerca di una vita migliore o in fuga da qualcosa. O semplicemente con l’idea che un movimento, un cambiamento potesse in qualche modo fare stare meglio, guarire dentro”.

Se volessimo provare a elaborare l’algoritmo del modo di fare musica di Bruce Springsteen, sembrerebbe giunto il momento di un nuovo album acustico, in linea tra l’altro con quanto suggeriscono da un po’ alcuni rumors. E dati i tempi – in cui intere popolazioni fuggono per la vita a piedi attraversando continenti, con bambini in braccio sperando in un semplice riparo e un po’ di pace – un suo lavoro sarebbe in tal senso davvero interessante, oserei dire auspicabile, soprattutto se si considera quanto siano stati profetici i temi narrati in tutti e tre i suoi album acustici nello scorrere degli anni e ben oltre i confini degli Stati Uniti.

 

 

~ di pinkcadillacmusic su 21 novembre 2015.

Una Risposta to “A vent’anni da The Ghost of Tom Joad di Bruce Springsteen”

  1. Brillante e auspicabile idea..Questo album si può veramente considerare mitico..

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