Remembering Willy DeVille


willydeville

Non tutti i bravi artisti si vedono riconosciuti in vita il loro talento, o comunque non quanto probabilmente meriterebbero. A qualcuno, paradossalmente più fortunato, capita una volta morto a parziale risarcimento. E in ogni modo resta una storia triste. Il successo è volubile, sfuggente, gioca con i sentimenti, le mode, i pregiudizi e il mercato. E la fortuna. Ma il caso di Willy DeVille è addirittura più malinconico. Quando questo grande artista americano, uno dei più grandi soulmen dai tempi di Otis Redding, se ne andò il 6 agosto 2009 per un tumore al pancreas, una coltre di silenzio ne ha addirittura progressivamente oscurato la figura. Finalmente, a interrompere l’oblio, è arrivato nel 2013 il bellissimo volume “Love And Emotion – Una storia di Willy DeVille” (Pacini Editore) di Mauro Zambellini, una passionale biografia che sarà a presto tradotta ed edita in America. E anche a noi, attraverso le nostre pagine – sebbene in genere rigorosamente legate a Springsteen-  piace ricordare questo artista dolce&dannato, “grandissimo, assolutamente folle” come disse Southside Johnny – vecchio compagno di band di Bruce- che per strane congiunture dei tempi che visse non ha ancora trovato in patria il riconoscimento che merita e la giusta collocazione tra i grandi del rock.

Amato in Europa probabilmente grazie anche alle radici latine delle sue canzoni, DeVille non ha goduto della stessa sorte negli States. Nato nel 1950 a Stamford, sobborgo operaio dell’area metropolitana di New York, il suo vero nome era William Paul Borsey jr. e nelle sue vene scorreva un miscuglio di  sangue americano, irlandese e basco. A 12 anni abbandona la scuola per recarsi a New York, dove scopre la musica nera dalla radio e vive una delle sue prime passioni musicali attraverso i Drifters, quartetto vocale doo-woop di successo tra il  1953-1963. A New York approfondisce la conoscenza del blues come alternativa alle culture beat e psicadelica di quegli anni e Muddy Waters, John Lee Hooker e Howlin’ Wolf diventano gli idoli a cui ispirarsi, sebbene il top della folgorazione arriverà da un giovane bluesman bianco, John Hammond e dal suo So Many Roads. Segue un lungo periodo di ricerche e cambiamenti che vede  la militanza in band giovanili di rock blues “Stones oriented” come i Billy the Kids e gli Immacolate Conception, il matrimonio con Toots a soli 17 anni, la partenza per Londra in cerca di alternative musicali, il ritorno a New York in un gruppo chiamato Royal Pythons, la fondazione a San Francisco di un’altra band chiamata Billy de Sade and The Marquis e di nuovo nuovo il ritorno a New York dove cambia definitivamente il nome del gruppo in Mink DeVille. Nel frattempo, verso la metà degli anni 70, un vero e proprio terremoto musicale andava spazzando via i suoni del rock progressivo a vantaggio di  un’ampia schiera di artisti come i Ramones, Patti Smith, James Chance & The Contorsion, Dead Boys, Talking Heads… Per non parlare di Bruce Springsteen che, rivedendo e rilanciando la tradizione del rock’nd roll degli Elvis e dei Chuck Berry, avrebbe dato alla luce proprio in quegli anni il suo capolavoro Born to Run, destinato, da quel momento in poi, a porsi come parametro di riferimento obbligato in tutto il panorama rock. Come Springsteen, era dotato di grande carisma e magnetismo, voce bassa e profonda ma Willy, rispetto a Bruce, era per il resto molto diverso: un “dandy macho con baffi  alla pompadour” con l’aria poco raccomandabile da gangster di New York e, contemporaneamente, una vulnerabilità dovuta alla sua musica intensa e romantica. Springsteen era “l’amico dei tuoi momenti difficili”, DeVille colui che avrebbe potuto colpirti tanto con la dolcezza e la sensualità delle sue ballate, tanto con una spietata coltellata in petto.

I Mink DeVille diventano per un paio d’anni attrazione fissa del Cbgb: con la compilation Live at Cbgb nel 1976 – perfetta rappresentazione del rock newyorkese dell’epoca – il gruppo fa la sua prima apparizione su vinile col brano Cadillac Moon, una ballata che sembra un blues di Howlin’ Wolf. La band viene messa sotto contratto dalla Capitol e nel 1977 esce Cabretta – eccellente opera prima prodotta da Jack Nitzsche, noto per aver lavorato con nomi del calibro dei Rolling Stones e Neil Young – e nel 1978 Return to Magenta, con un rock crudo venato di soul e un ospite importante come Dr. John al piano a definirne il groove. Nel 79 DeVille si trasferisce a Parigi, si affida a Jean Claude Petit, l’arragiantore orchestrale di Edith Piaf, chiama il compositore Doc Pomus, il fisarmonicista Kenny Margolis, la sezione ritmica di Elvis (Ron Tutt e Jerry Schelff) e dà vita al suo capolavoro, Le Chat Bleu, un bellissimo disco, intenso, ricco di swing e di sfaccettature cajun, suoni latin e aperture liriche verso la chanson francese. Nei nove dischi che seguiranno, l’ispirazione forse non raggiungerà mai le vette di Le Chat Bleu. Eppure, nonostante il successo in Europa, quest’album non fu particolarmente gradito alla Capitol che, accusandolo di aver prodotto un disco troppo lontano dalle sonorità americane del momento, chiuse il rapporto con l’artista. Insomma, per dirla con Blue Bottazzi, Willy DeVille “aveva la band, i mitici Mink DeVille. Aveva i produttori, Jack Nitsche, Mark Knopfler, Doc Pomus, Jim Dickinson. Aveva il culto del pubblico italiano e di quello francese, che lo idolatravano. Aveva lo show, l’unico che se la giocasse con la E Street Band di Bruce Springsteen  – n.d.r. una curiosità: il sassofonista Mario Cruz, che ha suonato in  vari tour europei con DeVille e nell’album Willy DeVille Live, è stato anche membro dei fiati della E Street Band di Bruce Springsteen  nel Tunnel of Love Express tour del 1988-. Aveva l’ammirazione di Ahmet Ertegun patron della Atlantic, la fiducia di etichette del calibro di Polydor, Capitol, FNAC e quella di Carlo Ditta e la sua Orleans Records. Aveva la stoffa di Chuck Berry, dei Drifters e dei Ramones tutti assieme. Eppure non gli riuscì mai di conquistare il pubblico americano, evidentemente più sensibile alle melodie radiofoniche degli Eagles. Ovunque andasse, con chiunque si mettesse, si portava dietro la sua bad luck, la sua maledizione di un vampiro nato per fare rock’n’roll”.

Willy DeVille è stata una grande perdita per la musica americana. Purtroppo, come scrisse Thom Jurek,  l’America non lo sa ancora. Willy visse e morì per il suo pubblico dando a ognuno qualcosa da ricordare quando si chiudeva uno show. Perché nel bene e nel male, Willy era un personaggio vero, che credeva in tutto ciò che raccontava nelle sue canzoni.  In questa età sciovinista di orgoglio americano, forse possiamo rivedere il nostro vero amore per il rock and roll scoprendo o riscoprendo Willy DeVille, o comunque  ricordandolo per quello che era: un vero Americano – n.d.r. un vero Newyorkese, avrebbe specificato Willy- . Il mythos e il pathos nelle sue canzoni, la sua voce, le sue performances sono nate da  queste strade e queste città e date al resto del mondo che lo ha apprezzato molto di più di quanto abbiamo fatto noi.

~ di pinkcadillacmusic su 6 agosto 2016.

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