Bruce Springsteen si rivela a Vanity Fair: ecco la traduzione dell’intervista


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La nuova intervista rilasciata a Vanity Fair Magazine svela alcuni interessanti particolari della vita privata di  Springsteen, come quello  ad esempio dell’intervento chirurgico cui Bruce si è sottoposto nel 2013, quello della sua recente depressione, o del difficile rapporto con il padre, ancora non del tutto elaborato, dal quale ricorda di non aver mai ricevuto una parola d’amore.  L’intervista si conclude con qualche rivelazione riguardante il suo prossimo disco solista. Ne pubblichiamo a seguire la traduzione ricordando che l’intervista è stata rilasciata a David Kamp a Göteborg quest’anno, durante il The River Tour, e pubblicata per Vanity Fair con le fotografie di Annie Leibovitz.

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  1. I. THAT SIGNATURE SONG

Circa un’ora prima di ogni concerto, Bruce Springsteen redige una scaletta di 31 canzoni, scritta a grandi lettere, piena di scarabocchi con un pennarello evidenziatore e subito dopo la distribuisce ai suoi musicisti e alla sua crew, in forma digitale e cartacea. Ma questo elenco è in realtà solo un’indicazione generica. Nel corso di una serata, Springsteen potrebbe sconvolgere l’ordine, sostituire una canzone, dare istruzioni diverse alla sua esperta e pronta a tutto E Street Band, accogliere una richiesta o due da parte dei fan che mostrano i cartelli scritti a mano nel pit sotto la parte anteriore del palco. Potrebbe fare tutto questo o in parte, come ha fatto nella prima delle due serate che l’ho visto esibirsi a Göteborg, in Svezia, questa estate. Quella notte, all’ultimo minuto, Springsteen ha stravolto il suo piano di aprire con una versione full-band di “Prove It All Night”, dal suo album Darkness on the Edge of Town del 1978, e ha cominciato lo show con una versione solo piano di “The Promise”, una outtake di Darkness molto amata dai fan. Otto canzoni dopo, è andato di nuovo fuori-lista, con una versione gospel tiratissima di “Spirit in the Night”, dal suo primo album Greetings from Asbury Park, NJ, del 1973 cui ha fatto seguito “Save My Love” richiesta dal pubblico. E ha continuato con modifiche e integrazioni spontanee, fino alla fine dello show, dopo la mezzanotte, con uno Springsteen  quasi sessantasettenne che aveva appena suonato per quasi quattro ore e  il suo secondo concerto più lungo di sempre. “Accidenti!”, dice Springsteen con finta sorpresa quando glielo ricordo il giorno dopo, nel suo albergo nella città portuale svedese. “Sono sempre alla ricerca di qualcosa, alla ricerca di perdermi nella musica. Credo che la notte scorsa abbiamo raggiunto il punto in cui quelle canzoni che stavo provando e che non suonavamo da un po’, forse proprio mentre stai lottando di più, improvvisamente”- fa schioccare le dita -“si catturano, e poi, una volta che succede, non puoi decidere di smettere. E a quel punto devi creare lo spettacolo di nuovo, riformularlo in base alla serata” continua Springsteen. “E a volte” conclude ridendo, “mi richiede più tempo di quello che avevo immaginato”.

C’è una canzone, però, il cui posto in scaletta non è mai in dubbio: “Born to Run”. Springsteen la propone sempre verso l’inizio del suo set di encores […]. “E’ ancora al centro del mio lavoro, quella canzone. Ogni notte, nello spettacolo, appare monumentale.” Ogni concerto, non importa quale sia la sua forma, raggiunge l’apice con “Born to Run” e le canzoni che seguono servono come sorta di decompressione della sua intensità lirica.[…] Springsteen non è mai stanco di “Born to Run”, scritta a 24 anni in un piccolo cottage in affitto a West Long Branch, New Jersey. Immediatamente concepito come un impegno importante, ha impiegato sei mesi per mettere insieme tutti i suoi elementi, dal timbro metallico, ispirato alla chitarra di Duane Eddy, al suo refrain “vagabondi come noi” ispirato alle immagini tratte dai B movie che Springsteen adorava da ragazzo, alle immagini della strada come in Gun Crazy, con John Dall e Peggy Cummins.

“Una buona canzone acquista vigore negli anni. E’ il motivo per cui la si può cantare con convinzione per 40 anni dopo che è stata scritta. Una buona canzone assume maggiore significato con il passare del tempo. “

Ciò che ha reso “Born to Run” valida nel tempo, crede Springsteen,  sono le parole con cui il suo narratore anonimo implora la sua ragazza, Wendy, di unirsi a lui sulla strada: “Vuoi camminare con me sul filo sospeso? / Perché, piccola, io sto correndo solo e spaventato/ Ma io devo sapere come ci si sente / voglio sapere se il tuo amore è selvaggio / Ragazza, voglio sapere se l’amore è reale”.

“Questa domanda viene rivolta ogni singola notte, da me a tutte quelle persone che sono là fuori. Ogni notte, guardo la folla che la canta. Canta parola per parola. E’ qualcosa che unisce”. […] L’autobiografia di Springsteen, che sarà pubblicata questo mese da Simon & Schuster, è anch’essa intitolata Born to Run. Chiamare il libro come la sua canzone più famosa e l’album svolta di cui è la titletrack potrebbe essere letto come un segno di opportunità  economica o addirittura pigrizia. Inoltre vi è già un libro su Springsteen molto noto intitolato Born to Run, una biografia del critico rock Dave Marsh del 1979. Ma per Springsteen non c’era altra scelta. Quelle tre parole hanno un significato emotivo per lui al di là della canzone stessa. Sono una sorta di libro di memorie in  miniatura, una scorciatoia per tutta la vita del suo senso di inquietudine.[…] Internamente, Springsteen rimugina continuamente: un uomo serio, che cerca di mettere insieme i pensieri che gli si affollano in testa. In altre parole, un memorialista nato. Quando gli chiedo, per esempio, di come è  arrivato a concepire quel look pompato di Born in The USA, resto sorpreso dalla risposta che ricevo. Stavo ponendo la questione da un superficiale punto di vista scenico: quella sua evoluzione dall’immagine di giovane magro in cerca di chance che appare sulla copertina di Darkness on the Edge of Town a quella di muscoloso eroe dei poster WPA della metà degli anni ’80, era una sorta di versione meno estrema delle mutazioni in stile “David Bowie”? Era una consapevole  rivisitazione dell’immagine? La prima risposta di Springsteen è quella che, prima di tutto, stava cercando di stare in buona salute dal momento che aveva un metabolismo rallentato, poi ha cominciato a fare sollevamento pesi e “in sei mesi è uscito un fisico così.” “Ma se si vuole andare più in profondità”, continua, “mio padre era grosso, quindi c’era qualcosa del tipo ‘OK, ho  34 anni. Sono un uomo ora.’ Ricordo mio padre a quell’età. C’era l’idea di creare un corpo di un uomo in una certa misura. Suppongo che mi stessi misurando con mio padre. E anche, forse, in qualche modo, stessi cercando di piacergli”. Poi Springsteen va ancora più in profondità. “Ho anche scoperto semplicemente di trarre benefici dall’esercizio”, dice. “la fatica sisifea è perfetta per la mia personalità, sollevando qualcosa di pesante e mettendolo giù nello stesso posto senza una particolare buona ragione. Ho sempre sentito molto in comune con Sisifo. Anch’io sto sempre a spingere quella roccia. In un modo o nell’altro, sto sempre a spingere quella roccia.”

II. BORN TO WRITE  vf5

Il germe dell’autobiografia Born to Run si trova in un breve stralcio di diario che Springsteen scrisse per il suo sito web nel 2009, dopo che lui e la E Street Band si erano esibiti per lo show del primo tempo del XLIII Super Bowl. La logistica e la pressione di fare uno spettacolo in 12 minuti, anche per un esperto guerriero come Springsteen, lo confondevano, e pensava che quell’esperienza sarebbe stata un bel racconto da condividere. “Quindici minuti … oh, a proposito, io sono un po’ terrorizzato”, scrisse in un passaggio. “Non è il solito nervosismo preshow, non sono ‘farfalle’ nello stomaco, nessuna tensione da abbigliamento difettoso…cinque minuti prima di atterrare dicevo, ‘Signore non mi far fare cazzate davanti al 100 milioni di persone”. Uno delle maggiori audience televisive da quando i dinosauri sono scomparsi dalla terra, una specie di terrore”. Lo spettacolo del Super Bowl, così, lo portò a scoprire quella buona “vocina che lo spingeva a scrivere”. Avendo del tempo a disposizione,  dopo il grande spettacolo,  cominciò a farlo, scrivendo a mano libera scene della sua vita mentre lui e la Scialfa stavano in Florida, dove la loro figlia, Jessica era impegnata in gare equestri. Era soddisfatto dei risultati. A singhiozzo, quando tornava a casa nel New Jersey e durante i tour nei successivi sette anni, poco alla volta ha preso forma un’autobiografia in piena regola di 500 pagine, senza alcun ghost writer o collaboratore. Ogni parola del libro è sua. Né manca la leggerezza in Born to Run. Veniamo a sapere che da giovane Bruce, nonostante tutta la sua romantica associazione con le auto e la strada, era un pilota terribile e che non era riuscito a prendere la patente fino a ventanni, e che l’attuale Bruce, come molti baby-boomers in prossimità di una tastiera del computer, è un fan del blocco delle maiuscole. Sull’impatto travolgente della apparizione iniziale di Elvis Presley all’Ed Sullivan Show: “Da qualche parte tra i banali varietà di routine della domenica sera durante l’anno del Signore 1956… la rivoluzione fu teletrasmessa!! Proprio sotto il naso dei guardiani di tutto ciò che ‘è’, che, se fossero stati a conoscenza dei poteri che stavano per scatenare, avrebbero chiamato la Gestapo nazionale per interrompere questa merda!! … o … avrebbero firmato in fretta un contratto!!”. Ma in realtà è la cosa meno scherzosa nella vita di Springsteen, il materiale dal quale nasce il titolo della sua autobiografia, che dà a Born to Run la sua profondità, Springsteen lo sa. “Sapevo che stavo per ‘immergermi’ nel libro. Ho dovuto trovare le radici dei miei problemi, affrontare le questioni, e le cose gioiose che mi hanno portato a dare quel genere di concerti che abbiamo dato.”

Van Zandt ricorda lo Springsteen con il quale fece amicizia quando erano ragazzi come un tipo “taciturno e chiuso.” Questo è stato quando avevano una garage-band nel centro del New Jersey nella metà degli anni 1960, quando Springsteen suonava la chitarra nei Castiles e Van Zandt era il frontman di un gruppo chiamato The Shadows. “Ti ricordi i tipi grunge, con i capelli lunghi, con gli occhi bassi? Così era lui”, dice Van Zandt. “Le persone mi chiedevano sempre ‘Perché vai in giro con lui?  è un tipo strano. ‘Alcune persone pensavano che avesse problemi mentali”.

Ciò che Van Zandt aveva subito capito era che Springsteen era straordinariamente concentrato sulla musica rock come la sua unica via percorribile. “Quello che mi ha ispirato di lui – e che nessuno poteva capire veramente – era la sua totale dedizione. E’ l’unica persona che conosco che non ha mai avuto un altro lavoro. Io ho dovuto fare altri lavori e combattere per farlo a tempo pieno, mentre lui era sempre nella musica a tempo pieno. Ho tratto la forza da questo”.

Cosa ha reso Springsteen così determinato? Da cosa Bruce scappava? Per prima cosa, dal vicolo cieco, dai tratti quasi feudali, in cui era nato, vivendo con i suoi genitori e nonni paterni in una casa diroccata a Freehold, New Jersey. Sorgevano sullo stesso blocco la loro chiesa, Santa Rosa da Lima, e il suo convento affiliato, la canonica e la scuola, così come altri quattro piccole case, occupate da membri della famiglia di suo padre. La parte paterna era irlandese-americano, con persone chiamate McNicholas, O’Hagan, e Farrell. La parte materna, che abitava proprio di fronte, era italiano-americano, con nomi come Zerilli e Sorrentino. Il suo bisnonno lo chiamavano Dutch [l’Olandese] Springsteen, e Bruce ha qualche suo ricordo risalente alla prima infanzia (“La cosa più importante per lui era avere  sempre una gomma”), […] Il punto è che lui era il frutto della classica combinazione cattolico-romana del centro New Jersey, la vita della sua famiglia era dominata dalla Chiesa. “Raccoglievamo il riso che la gente gettava ai matrimoni in sacchetti e lo portavamo a casa, e poi lo buttavamo al matrimonio successivo, a completi sconosciuti”, racconta. “Era parte dello spettacolo della nostra piccola strada, sai?”

Uno dei piaceri della lettura Born to Run è vedere la naturalezza con la quale la singolare,  familiare voce del cantautore Springsteen si traduce in un nuovo mezzo, la prosa. Ricordando, in tempo presente, la piccola vita circoscritta che ha condotto la sua famiglia, scrive “La sposa e il suo eroe vengono portati via nella loro lunga limousine nera, quella che li lascerà all’inizio della loro vita. L’altra è proprio dietro l’angolo in attesa di un altro giorno che porterà lacrime e li condurrà con un breve tragitto dritti a Throckmorton Street, al cimitero di St. Rose ai margini della città.” Se il rock non dovesse più funzionare, potrebbe avere un futuro al posto di Elmore Leonard!

vf1III. THIS DEPRESSION

Springsteen oggi può dividere il suo tempo tra un allevamento di cavalli nella sua nativa contea di Monmouth, una seconda casa nel New Jersey e immobili di lusso in Florida e Los Angeles, ma Born to Run è un’enfatica confutazione del concetto che, come artista, lui non riesca più a cantare dei poveri e degli oppressi. Soprattutto nei suoi primi capitoli, il libro dimostra come onestamente Springsteen ha raccolto il suo materiale. Auto, ragazze, lo Shore, lotte da lavoratore, sogni infranti, reduci disillusi — tutto è entrato nella sua formazione. “Uno dei punti che mi si è chiarito nel libro è che, chi sei stato e dove sei stato, non ti lascerà mai” continua, ampliando questo pensiero con la più springsteeniana metafora: “L’ho sempre immaginato come un’auto. Tutto te stesso è dentro. Un nuovo te può entrare, ma il vecchio te stesso non può mai uscire. La cosa importante è chi conduce l’auto in quel dato momento?”

In Born to Run, il Bruce che conduce l’auto è spesso quel bambino o quel giovane in conflitto che si rannicchia per paura in presenza di suo padre, Doug, o gli tiene il broncio.  Il repertorio di Springsteen abbonda di canzoni che parlano delle difficile relazioni padre-figlio, come l’accusatoria “Adam Raised A Cain”, la malinconica “My Father’s House,” e la ballata di commiato di colui che si allontana da casa in “Independence Day” (“The darkness of this house has got the best of us”), quest’ultima presentata da Springsteen al pubblico di Göteborg come una canzone su “due persone che si amano ma fanno fatica a capirsi”.

Doug Springsteen proveniva da una famiglia socialmente immobile, colpita da malattie mentali non diagnosticate— agorafobia, tricomanie, zie che urlavano improvvisamente in modo inappropriato. (“Per un bambino, era semplicemente misterioso, imbarazzante e ordinario” scrive Bruce della vita con questi parenti.) Doug non aveva concluso l’high school, e vagava da un lavoro come operaio a un altro — come un ragazzo apprendista presso una fabbrica locale di tappeti, o come operaio alla Ford Motor di Edison. Era un uomo suscettibile, solitario e un bevitore — “un personaggio un po’ alla Bukowski,” da come lo descrive suo figlio.

E lui non andava d’accordo con Bruce, e trattava il ragazzo, a seconda del suo stato d’animo, con distanza glaciale o rabbia furiosa. La madre di Springsteen, d’altra parte, la giovane Adele Zerilli, era tutta gentilezza e vivacità, con la sua attività di impiegata come segretaria in uno studio legale. (Ora, a novantuno anni, conserva la sua indole ottimista, Bruce dice, nonostante le sia stato diagnosticato il morbo di Alzheimer, quattro anni fa). Adele e Doug sono rimasti insieme fino alla fine, fino alla morte di lui nel 1998, all’età di 73 anni. Incredibilmente, anche quando Adele ha assecondato il piano di Doug di sbaraccare le tende e spostarsi nel 1969, con la sorella di Bruce, Pam, di sette anni, dalla loro nativa Freehold verso la terra promessa della California, con tutti i loro averi confezionati sopra una Rambler AMC. Infatti, la depressione che perseguitava la sua famiglia si era abbattuta su Doug, che era afflitto da attacchi di paranoia e di pianti, e non vedeva l’ora di iniziare la sua nuova vita, anche a costo di lasciare Bruce (non ancora ventenne) e l’altra figlia, Virginia, che non solo era appena diciasettenne, ma anche fresca sposa e madre, avendo sposato il giovane, Mickey Shave, perché rimasta incinta durante il suo ultimo anno di liceo (quarantasette anni dopo, gli Shave sono ancora felicemente sposati).

Il legame duraturo dei suoi genitori rimane un mistero per Bruce. Adele veniva da una famiglia relativamente agiata; suo padre, Anthony Zerilli, era un carismatico, avvocato self-made. Dall’altro canto, egli aveva divorziato dalla madre di Adele e aveva trascorso tre anni nella prigione di Sing Sing per appropriazione indebita (prendendosi la colpa, per tradizione familiare, per un altro parente). “Che penitenza stava facendo mia madre? Che cosa ne ricavava?”, Springsteen scrive della devozione della madre a suo padre. E poi ipotizza che “forse la sicurezza di un uomo che non l’avrebbe lasciata, non l’avrebbe potuta lasciare, era stata sufficiente. Il prezzo, tuttavia, era eccessivo.”

Sottolineo questo passaggio, e osservo a Springsteen che i suoi pensieri sembrano elaborati attraverso qualche terapia. Lui riconosce che effettivamente è così: “Molte di queste idee sono state cose che ho analizzato un bel po’ nel corso degli anni” e, nel libro, egli attribuisce al suo manager di lunga data, Jon Landau, il suo prima psicoterapeuta, nei primi anni 1980.

Nel corso degli anni, Springsteen è stato piuttosto riservato riguardo la sua inclinazione alla depressione, per la quale ha cercato sollievo sia attraverso la terapia che gli antidepressivi. Nel libro, si scava più profondamente nell’argomento. La sua depressione clinica, chiarisce, è aggravata dalla paura di essere destinato a soffrire come ha fatto suo padre. “Non conosci i parametri della malattia. Potrei ammalarmi tanto da diventare molto più simile a mio padre di quanto avessi mai pensato di poter diventare.”

In Born to Run, Springsteen capisce che le sue lotte sono in corso, e condivide storie di un passato non troppo lontano. “Mi sono sentito sopraffatto tra i 60 e i 62 anni, buono per un anno e di nuovo fuori tra i 63 e i 64. Non è proprio un buon record.” Springsteen tuttavia è rimasto professionalmente produttivo durante questi periodi e dice di aver  registrato il suo bell’album, Wrecking Ball, nel 2012 in uno dei suoi momenti più bassi, e che nessuno dei suoi compagni di band lo aveva capito (anche se, ammette, la canzone “This Depression” avrebbe potuto far intuire qualcosa). Ma nella intimità della casa, scrive, quando scende la malinconia, “Patti vede un treno merci che avanza minacciosamente, carico di nitroglicerina e pronto a deragliare rapidamente.” Al che “mi porta dai medici e dice: ‘Quest’uomo ha bisogno di una pillola’ “.  “Se devo essere onesta, non sono completamente a mio agio con quella parte del libro, ma è O.K.,” mi confessa la Scialfa. “E’ Bruce. Ha approcciato il libro nel modo in cui scriverebbe una canzone, e tante volte, si riescono a risolvere le cose che si sta cercando di capire attraverso il processo di scrittura, porti qualcosa a casa e a te stesso. Quindi, a questo proposito, penso che sia importante per lui scrivere sulla depressione. Molti dei suoi lavori escono fuori dalla ricerca di superare quella parte di sé. “

In una certa misura, Springsteen dice, ha superato i problemi che ha avuto con suo padre. Uno dei passaggi più commoventi del libro riguarda pochi giorni prima della nascita nel 1990 del primo figlio della Scialfa e Springsteen, il loro figlio Evan. Impulsivo come al solito, Doug intraprese improvvisamente un viaggio alla guida per 400 miglia da San Mateo, dove lui e Adele si erano stabiliti, a sud fino alla casa di Bruce a Los Angeles. Tra una birra e un’altra alle 11:00 di mattina, Doug, stranamente, aveva fatto una piccola proposta di pace a suo figlio. “Bruce, sei stato molto buono con noi,” disse. E poi, dopo una pausa: “E io non sono stato molto buono con te”.

“Questo è tutto”, scrive Springsteen. “Era tutto ciò che volevo, tutto ciò che era necessario.” Gli ho chiesto se avesse mai sentito le parole “ti amo” da suo padre. “No”, confessa, un po ‘sofferente. “Il meglio che si potesse ottenere era ‘Ti amo, papa’ .’ [Il passaggio alla voce burbera del padre.] ‘Eh, anche io.’ Anche dopo aver avuto un ictus, avresti sentito la sua voce strozzarsi, ma quelle parole non sarebbero riuscite ad uscire. “

IV. FIVE GUITARS DEEP vf3

Non troppo scherzosamente, Springsteen descrive i tour come la sua “forma più efficace di automedicazione” ed chiaro perché. E’ sempre stato un rocker esuberante ma con il tempo, l’età e la paternità (lui e la Scialfa hanno un terzo figlio, Sam, che fa il vigile del fuoco, oltre a Evan, che lavora per SiriusXM, e Jessica), si è trasformato in un intrattenitore a tutto tondo, lasciando spazio anche un maggiore umorismo e ironia nei suoi spettacoli. Fa capriole lungo le passerelle che fiancheggiano il palco, con un sorriso grinzoso e sopracciglia arcuate che ricordano Robert De Niro in versione commedia (esce fuori la solarità della sua mamma italiana), batte le mani con i fans e inquadra la sua faccia nelle cornici dei loro smartphone per selfie a metà canzone. Tira su i bambini piccoli dal pubblico perché cantino con lui “Waitin ‘on a Sunny Day”, una semplice canzone pop da The Rising, il suo album del 2002. La canzone non è diventata un successo negli Stati Uniti, ma è stata accolta dagli europei come un canto popolare alla Pete Seeger.

Uno spettacolo di Springsteen, anche non necessariamente uno di quattro ore, offre divertimento in abbondanza, non solo per la lunghezza, ma per le dinamiche emotive, la varietà musicale e la ricchezza visiva. A volte, ci sono non meno di cinque chitarre a suonare in front line – con Springsteen, Van Zandt, Scialfa, Nils Lofgren e la violinista e polistrumentista Soozie Tyrell – con il torreggiante, Jake Clemons, nipote ed erede del grande e compianto Clarence Clemons, che si prende i suoi spazi per tessere tutto insieme con il suo sax tenore. I tre più longevi E Streeters, il bassista Garry Tallent, il pianista Roy Bittan e il batterista Max Weinberg, restano indietro e vestono elegantemente; rispetto ai fiammeggianti Van Zandt e Lofgren- il primo con la sua tradizionale bandana, il secondo con il suo cappello a cilindro alla Artful Dodger – assomigliano a tipi di private equity che suonano in una banda il fine settimana per hobby. A completare la lineup è l’organista Charlie Giordano, che è intervenuto dopo la morte del fondatore della E Street Band, Danny Federici, nel 2008.

[…] Inoltre, vanno ancora forte. “Non abbiamo mai parlato, non una sola frase che io ricordi, del tipo ‘quando finirà?,'” ha detto Landau. E lo stesso Springsteen mi ha detto che non c’è nessun tabù riguardo i limiti di età e l’invecchiamento. Dopo tutto, negli ultimi anni, egli ha modificato anche il suo modo di presentare la band che ora è diventato “You’ve just seen the heart-stopping, pants-dropping, house-rocking, earth-quaking, booty-shaking, Viagra-taking, love-making, legendary E—Street—Band!”

“Fare uno spettacolo porta una quantità tremenda di euforia” Springsteen racconta, “e il pericolo sta nel fatto che c’è sempre quel momento, che arriva ogni notte, in cui si pensa, ‘Hey, amico, ho intenzione di vivere per sempre! Ti senti tutto il potere. E poi vai dietro le quinte, e la cosa fondamentale che realizzi è ‘Beh, è finita’. La mortalità è tornata”.

Tre anni fa, Springsteen ha subito un intervento chirurgico a causa dell’intorpidimento cronico del fianco sinistro, che stava inibendo la sua capacità di lavorare sulla tastiera della sua chitarra e attribuibile alle vertebre danneggiate nel suo collo. La procedura ha comportato il taglio della gola e la sua apertura, il legamento laterale contemporaneo delle corde vocali per consentire l’inserimento di dischi sostitutivi — che ha comportato per Springsteen, per tre mesi, l’impossibilità di cantare. “Un po’ snervante,” rivela. “Ma è stato molto positivi per me.”

Springsteen riconosce “ho una quantità determinata di tempo in cui ho intenzione di continuare a fare quello che sto facendo”, dice. E in assenza di qualsiasi ulteriore problema medico, lui non ha nessuna intenzione di rivedere il suo approccio “senza esclusione di colpi”. Le date del tour sono già attentamente programmate in modo che c’è sempre almeno un giorno di riposo tra gli spettacoli per i musicisti per recuperare le forze, e ognuno ha garantita la propria routine per essere pronto per lo show. “Devi essere sempre in gran forma!” ha detto il sessantacinquenne Van Zandt, prima di commentare mestamente, sopra la sua birra pre-show, “io dovrei essere in forma migliore di quanto lo sia”. Weinberg, anche lui sessantacinquenne, ha avuto otto operazioni sulle mani e due sulla schiena e ha avuto la ricostruzione di entrambe le spalle. Prima del concerto, ha detto, passa cinque minuti a pedalare su una cyclette per “generare sudore e migliorare la circolazione sanguigna.”

Per il loro capo, il Boss, al The River Tour 2016 farà seguito subito una serie di appuntamenti promozionali per Born to Run, il libro. Come sogno di un editore, Springsteen si è impegnato in una moltitudine di apparizioni promozionali e ha anche compilato un album retrospettiva di 18-song, intitolato Chapter and Verse che ripercorre la sua carriera […].

Chiedo a Springsteen se ha intenzione di lasciarsi coinvolgere nelle elezioni presidenziali di quest’anno, avendo attivamente preso parte alle campagne nel 2008 e nel 2012 per Barack Obama. Tace per il momento, anche se ad un concerto di giugno allo Stadio Olimpico di Monaco di Baviera ha tirato su un cartello di un fan dove si leggeva “FUCK TRUMP, WE WANNA DANCE WITH THE BOSS”. Springsteen esita, facendo notare che un artista ha solo i “proiettili” della sua credibilità da sparare. Ma, dice “quando i tempi sono molto duri, sento che ‘Beh, ci devo mettere del mio’… quindi staremo a vedere cosa succede.”

Ciò che potrebbe servire meglio il bene della Repubblica è il rilascio previsto, il prossimo anno, dell’album di Springsteen, il primo dopo Wrecking Ball costituito completamente da nuove canzoni. […]. Il nuovo album, ancora senza titolo, è finito da più di un anno, ma è rimasto sullo scaffale mentre Springsteen era occupato con il tour e il libro.

“È un album da solista, più di un album del tipo cantante-songwriter,” dice. Curiosamente, però, non si colloca nella tradizione acustica dei precedenti album da solista come Devils & Dust, Nebraska e The Ghost of Tom Joad. Piuttosto, è ispirato a una recente immersione in collaborazioni degli anni 60 del songwriter Jimmy Webb e il cantante Glen Campbell, “pop records con molte corde e strumentazioni. Quindi l’album è un po’ in quella vena”. È quanto può rivelare al momento.

vf2V. THE PACT

Una parola finale su “Born to Run,” la canzone che lega l’opera musicale di Springsteen e la sua autobiografia. Poiché gran parte del libro riguarda il suo rapporto con suo padre, problematico ed enigmatico, e dal momento che abbiamo parlato liberamente del periodo in cui Springsteen è stato in terapia, gli chiedo se mi può dare una risposta alla mia teoria psicoanalitica amatoriale sul perchè “Born to Run” risuoni così con il suo autore. “Vai in avanti,” risponde con una risatina. Gli dico che il patto che il narratore della canzone fa con Wendy — “possiamo vivere con la tristezza / io ti amo con tutta la follia nella mia anima” — mi appare, ora che ho letto il libro, come il patto che Doug Springsteen ha fatto con Adele. Springsteen sorride: “Era il loro patto”.

“E  ‘stiamo andando per arrivare in quel luogo / dove vogliamo davvero andare / e cammineremo al sole ‘ mi fa pensare a due persone che si sono trasferite, relativamente da poco al momento che hai scritto la canzone, dal New Jersey in California.”

“Sì, i miei genitori. Credo che il posto che ho immaginato, fosse ad ovest. Dove corrono le persone? Corrono ad ovest. Ecco dove ho immaginato che i miei personaggi stessero correndo.”

“Così” chiedo  “Born to Run è il monologo interiore di Doug Springsteen?”

“Non andrei così oltre” risponde. “Non ho mai collegato soprattutto questa canzone a mio padre. Voglio dire, penso che sia collegabile per quanto riguarda la sensazione di trappola interiore. Lo ha fatto. Ecco perché hanno finito per partire per la California con i loro figli ancora così giovani. Avevamo 19 e 17 anni e in un momento molto critico nella nostra vita. Nella vita di mia sorella, in particolare. Aveva appena avuto un bambino! E’ per questo che sono dovuti andar via”. Springsteen sembra accalorarsi, leggermente, per la mia premessa. “In un modo divertente i miei genitori realmente vissero questa canzone in quel particolare momento.”

“Questo è quello che sto dicendo” rispondo. “Mi chiedo se…”

“…in seguito sia riemerso nella mia testa?” aggiunge, completando il mio pensiero. “Non so da dove provengono le cose. Alla fine della giornata, non sai da dove viene tutto. È molto possibile.”

~ di pinkcadillacmusic su 7 settembre 2016.

2 Risposte to “Bruce Springsteen si rivela a Vanity Fair: ecco la traduzione dell’intervista”

  1. […] 2004 per John Kerry e del 2008 e del 2012 per Barack Obama. In una recente intervista pubblicata su Vanity Fair, sollecitato a esprimersi sulle sue intenzioni riguardo a un eventuale appoggio a uno dei […]

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  2. very important!

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