«Trumps like us», il mondo in crisi di Bruce Springsteen


Bruce Springsteen dinanzi al Jenny, un altoforno dismesso di Youngstown, Ohio (1996, foto Robert Hilburn/Los Angeles Times)

Bruce Springsteen dinanzi al Jenny, un altoforno dismesso di Youngstown, Ohio (1996, foto Robert Hilburn/Los Angeles Times)

«Ora, mi dici che il mondo è cambiato. Ora che ti ho reso tanto ricco da dimenticare il mio nome» (da Youngstown sull’album The Ghost of Tom Joad).

Era il 1995 quando Bruce Springsteen scriveva questi versi dando voce all’operaio di Youngstown, Ohio, rimasto senza lavoro a causa della globalizzazione e della delocalizzazione delle fabbriche della «Rust Belt», l’ex cuore pulsante dell’industria pesante statunitense. Quell’industria grazie alla quale «l’America ha vinto le sue guerre» ma che già negli ultimi decenni del secolo scorso non resse la concorrenza delle importazioni dai paesi in via di sviluppo: «…hanno fatto quello che non è riuscito a Hitler», diceva ancora il working class hero immaginato da Springsteen.

Da allora alcune aree sono state riconvertite con successo, ma anche nei primi dieci anni del nuovo millennio quel territorio ha continuato a spopolarsi con percentuali negative che vanno dal 14% di Cleveland al 25% di Detroit.

Con la crisi finanziaria del 2008 è il ceto medio ad affondare e il Boss, nel suo disco del 2012 Wrecking Ball, cantava di questi nuovi poveri rimasti senza impiego e spesso senza casa. Sono i protagonisti di canzoni come Jack of All Trades, un disoccupato che si offre per qualsiasi lavoro, da tagliare l’erba del giardino a rifare il tetto di casa, mentre «il banchiere s’ingrassa e il lavoratore muore di fame».

Una rabbia che si esprime ancora più chiaramente nell’invettiva di Death to My Hometown: «Hanno distrutto le nostre famiglie, le fabbriche, si sono presi le nostre case, hanno lasciato che gli avvoltoi ci spolpassero fino all’osso»; e ancora: «Avidi ladri che hanno divorato tutto, i cui crimini sono rimasti impuniti e camminano per strada come uomini liberi, ma hanno portato morte nelle nostre città». Questa era la voce «dell’altra America», come spesso superficialmente si dice in Europa. L’America dei diseredati, degli operai e delle minoranze. Oggi scopriamo, con grande scorno dello stesso autore di quei versi, che l’America che Bruce ha pensato di rappresentare «da sinistra», ha votato in massa per Donald Trump.

CONTINUA………..

~ di pinkcadillacmusic su 19 novembre 2016.

Una Risposta to “«Trumps like us», il mondo in crisi di Bruce Springsteen”

  1. interesting

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