Springsteen On Broadway: i racconti e le emozioni di chi ci è stato


Pic by@robinoelkers

Dopo la prima settimana dei tanto attesi spettacoli di Springsteen On Broadway, e’ forse possibile fare delle prime brevi considerazioni.

Da quanto emerso dai commenti di chi è stato presente e come preannunciato dallo stesso Bruce, si tratta di qualcosa che non ha precedenti nella carriera del Boss, più vicino al suo “Storyteller” del 2005 che a un concerto acustico.  Non c’è, al momento, da aspettarsi significativi cambiamenti di programma, variazioni di setlist, cover, richieste o dediche di brani… E’ un set “monolitico” di brani cantati e narrazioni. Piccole variazioni potrebbero verificarsi, ma sempre in coincidenza di un punto specifico della narrazione, con il preciso intento di evidenziare, chiarire o enfatizzare un passaggio del racconto.

Le luci si accendono puntuali alle 8 di sera. Il palco è spoglio con un fondale in mattoni, un tavolino, una sedia, le chitarre, l’armonica e il piano. Siamo nel salotto di casa sua, ci sentiamo accolti in un’atmosfera familiare e accogliente, e quello a cui stiamo per assistere non è uno spettacolo musicale, ma un evento privato, per pochi invitati con cui Bruce si confiderà. Esce senza clamore e saluta i presenti: questo e quello finale, sono gli unici momenti di interazione con il pubblico.  Il Bruce che corre da una parte all’altra del palco, che parla con i fans, che raccoglie richieste, non c’è.  Da parte sua, il pubblico osserva un contegno da “teatro”: nessuno urla, nessuno si alza a ballare, nessuno sventola striscioni. Bruce mantiene un rigore da attore teatrale che affronta con estrema serietà il suo monologo, di cui ogni parte (canzoni e testi) è perfettamente ponderata, lucida e calibrata, intensa e suggestiva. Si abbassano le luci e Bruce attacca immediatamente il monologo con lo stile e l’impostazione della voce, profonda e pacata, come quella nelle clip che circolano sul web in cui legge alcune righe della sua autobiografia.

Racconta la sua vita ma non ci sono pieghe nostalgiche. Le canzoni sono a servizio della storia, e anche i brani più  familiari sembrano nuovi e ancora più significativi perché collegati a precisi momenti della narrazione della sua vita. Solo, alternando chitarre e  piano, tiene magistralmente insieme versi, prosa e musica. Bruce ha tre suggeritori con dialogo e testi: uno sulla parte anteriore del palco, un altro sul piano, e infine  un grande schermo piatto sul soppalco. Non va a memoria, non c’è improvvisazione. Eppure la sensazione non è quella di uno spettacolo recitato. Alcuni passaggi sono ripresi fedelmente dal libro, altri sono narrati con una tale intensità che non si comprende dove finisca la lettura e dove inizi l’espansione o l’interpretazione del testo. Ci sono momenti più leggeri e divertenti alternati a momenti emotivamente più profondi e coinvolgenti.

Le prime cinque canzoni scorrono in un lungo flusso narrativo, un sorta di “primo atto” che copre la sua infanzia e la sua formazione. E così “My Father’s House”, che arriva puntuale dopo lo struggente ricordo del padre, suona come uno dei momenti più alti ed emozionanti dello spettacolo.

Da “The Promised Land” a ” Tenth Avenue Freeze-Out”, Bruce narra della band, ricordando personaggi, amici e aneddoti. Vi incastra un’unica parentesi: quella dell’incontro con Ron Kovic – troppo magico e quasi surreale per non essere ricordato – di come si svolse e di quanto ha significato per Bruce e del suo successivo impegno a favore dei Veterani. Segue una “Born In The USA” da brividi.

Molto intensi anche i duetti con Patti. Il significato che assumono “Tougher Than The Rest” e “Brilliant Disguise”, anche in questo caso, è diverso, diviene realmente un dialogo a due, confidenziale. Cantati in un ambiente così piccolo, l’uno davanti all’altra, solo voci e chitarre, riacquistano una dimensione affettiva intima e privata. Come dire, Bruce e Patti ci fanno entrare a casa loro, spiare il loro amore, immaginare quando suonano insieme, provano i pezzi o quando si parlano… E la sensazione è emozionante e fa immediatamente leva sulla tua personale sfera affettiva.

Da “The Ghost Of Tom Joad” fino a “Land Of Hope and Dreams” si snoda l’atto finale della vita di Bruce, toccando altri temi centrali della sua poetica. In realtà tre volte su cinque in questa prima settimana di show, “The Ghost Of Tom Joad” ha ceduto il posto a “The Rising”, ma sappiamo che Bruce non ha mai lasciato al caso – e, a maggior ragione, mai lo farebbe in questo spettacolo- la scelta e la successione dei brani: entrambi emblematici della storia americana degli ultimi vent’anni, entrambi densi di drammaticità e intensità in coerenza con  particolari congiunture storiche e sociali. Forse “The Rising” apre a una speranza e in tal senso considerata più incisiva rispetto alla narrazione. “Dancing In The Dark”, inserita tra “Long Walk Home” e “Land Of Hope and Dreams”, potrebbe risultare al momento la più “estranea” alla narrazione. Ma anche in questo caso, la sua struggente versione acustica cambia la prospettiva di ascolto. Cambia la percezione di un brano ascoltato già centinaia di volte, che fa scalpitare folle di fans impazzite, il brano encore per antonomasia che fa ballare e saltare nella festa finale. Sembrano addirittura altri i versi perché sono altre, stavolta, le corde che vibrano. Il  brano suona in tutta la sua malinconia, emergono tra i versi il buio e i vuoti interiori che ognuno si porta dentro, la necessità di non lasciarsi andare e di saper reagire.

“Land Of Hope And Dreams” resta un brano potente anche in versione solo acustica. Alcuni fans l’hanno definita ancora più efficace. Difficile immaginare una versione più efficace di quella eseguita full band… ma, solo voce e chitarra, ti concentri più attentamente sul testo, lo associ a una narrazione e il risultato è una canzone nuova.

“Born To Run” è meravigliosa. Le luci si accendono sul pubblico che accompagna con il coro in sottofondo le strofe del brano, che dolcemente si avvia a concludersi.

Lo show alterna leggerezza e solennità: la malinconia per suo padre, l’ispirazione per sua madre, l’amore per Patti, l’amicizia per Clarence… e ancora la riflessione su temi sociali, storici, religiosi. C’è tutto Bruce.

Pochi minuti di luci accese, saluti finali, applausi e Bruce esce dal palco. Se ti piace solo la sua musica… forse non apprezzi pienamente il senso dello show. Ma se non riesci a scindere l’uomo dall’artista (difficile che accada con Bruce), se ami Springsteen anche come uomo, se la colonna sonora della sua vita coincide, almeno in parte, con la tua… allora questo è lo spettacolo più emozionante e autentico che c’è.

 

 

 

 

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~ di pinkcadillacmusic su 9 ottobre 2017.

5 Risposte to “Springsteen On Broadway: i racconti e le emozioni di chi ci è stato”

  1. Bella recensione per chi era dentro, qui ho scritto qualcosa per chi invece è rimasto fuori, grazie

    https://viaggioslow.wordpress.com/2017/10/23/alla-lotteria-di-bruce-springsteen/

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  2. Questa è quella che si dice “recensione”, non tutti i bla bla bla che si leggono in giro…
    Complimentissimi!!!

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  3. E’ un commento che mi piace molto. Complimenti a chi l’ha scritto.

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