Chi siamo!


PREMESSA

Diceva Larry Katz “Nel mondo ci sono solo due tipi di persone: quelle che adorano Bruce Springsteen e quelle che non l’hanno mai visto in concerto” (Boston Herald).

Ordunque … se è la prima volta che ti imbatti in questa celeberrima citazione, puoi reagire domandandoti:

(Incuriosito) a. : “Perché Larry Katz dice questo?”
(Perplesso) b. : “che Katz dice questo Larry?”

N.B. invertendo l’ordine dei fattori, non è vero che il risultato non cambi. E infatti:
nel caso la tua reazione istintiva sia b … fermati, non perdere altro tempo, chiudi la pagina del sito, incrocia le dita se non ti costa troppa fatica e sparati a palla Eros Ramazzotti.

Se invece ti senti in qualche modo interessato-coinvolto-incuriosito allora è probabilmente giunto il momento di presentarci.
Allora … CHI SIAMO NOI?

NOI CHE … crediamo nell’amore al primo ascolto

Noi che… invece ci siamo arrivati nel tempo ma finalmente ci siamo arrivati

Noi che… dal momento in cui ci siamo arrivati siamo stati colpiti da un’irreversibile deriva emotiva

Noi che… abbiamo i testi di Bruce sul comodino e i biglietti dei concerti nel reliquiario

Noi che…ascoltiamo le parole di Bruce più di quelle della mamma

Noi che… festeggiamo il preconcerto, il concerto e il postconcerto perché ogni scusa è buona

Noi che … ci scambiamo gli auguri di Natale a Rimini il 23 settembre e dell’Epifania (letteralmente: manifestazione del Divino) ogni volta che Bruce sale sul palco

Noi che… siamo affetti da diarrea verbale ogni volta che si parla di Bruce, da pelledochismo ogni volta che si ricorda un concerto di Bruce e da lacrimismo ogni volta che si intona in coro un pezzo di Bruce

Noi che… ascoltiamo Bruce al buio nella nostra stanza per sentici meno soli o balliamo abbracciati per sentirci un corpo solo

Noi che… abbiamo fratelli in tutta Italia e tutti figli dello stesso padre

Noi che… ci mettiamo due giorni prima in fila per procurarci i biglietti perché amiamo i “preliminari”

Noi che… il nostro misero stipendio ce lo giochiamo tutto nelle trasferte

Noi che… appenderemmo lo striscione di Napoli ’97 anche sulla cupola della Santa Sede

Noi (maschietti) che…riscopriamo una latenza omosessuale prostrati in adorazione davanti al palco

Noi (femminucce) che… abbiamo moti di profonda invidia per le curve della sua chitarra

Noi che…vorremmo avere/essere la sua maglietta fracida di sudore

Noi che…la nostra vita è scandita da un concerto e un altro, e nel frattempo inganniamo l’attesa lavorando e accudendo i figli

Noi che … insegnamo ai nostri figli le parole di Streets of fire prima di quelle dell’Angelo Custode (http://www.youtube.com/watch?v=RVJ_MAexwno)

Noi che … conosciamo tutti i testi a memoria o che ci riconosciamo miracolosamente in ogni verso anche se non parliamo una parola di inglese

Noi che… le prime cassette di Bruce se le mangiava il mangianastri e ci toccava riavvolgerle con la Bic. MA PERO’ erano sempre là!

Noi che … in auto abbiamo per pudore anche altri cd, ma che poi finiamo sempre col sentire Bruce

Noi che … venti giorni prima del concerto iniziamo la preparazione atletica e spirituale che manco i Carmelitani scalzi

Noi che … una settimana prima del concerto rallentiamo l’andatura in macchina, allacciamo la cintura di sicurezza e prendiamo l’aspirina tre volte al giorno perché … NON SIA MAI la MARONNA!

Noi che … il giorno prima del concerto controlliamo quaranta volte i biglietti nel cassetto perché … NUN FACIMM SCHERZ !

Noi che … in un modo o nell’altro, soprattutto nell’altro, finiamo sempre nel pit

Noi che…una volta nel pit ci riscopriamo mostruosissimi poteri da supereroi, sfidando oltremodo i limiti umani della resistenza e …“non tenendo in alcun conto le esigenze fisiche e idrauliche”

Noi che … ci viene la depressione post partum dopo l’ultimo bis

Noi che … non ci spostiamo di un centimetro sotto l’acquazzone di San Siro perché è “acqua benedetta”

Noi che … viaggiamo tutti insieme perché “il-bello-dei-concerti-è-anche-questo”

Noi che … se ci chiamano fans ci vengono le convulsioni perché CI DICHIARIAMO springsteeniani nel corpo e nell’anima, “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, finchè morte non ci separi”

Noi che … non abbiamo scelto di essere springsteeniani ma abbiamo scoperto un certo giorno della nostra vita di esserlo

Noi che … siamo born to run fino a 80 anni e forever young anche a 90!

Noi che… ci prendiamo fin troppo sul serio ma ci ammazziamo dal ridere

Noi che … in fondo ci diverte essere presi un po’ per matti

Noi che … will keep movin’ through the dark with you in our heart..perchè siamo ormai tutti blood brothers!!!

IN CONCLUSIONE:
Chi LO ama… ci segua!!!!

Cinque ragioni per essere springsteeniano

Dopo aver steso una prima bozza di elenco nella quale comparivano almeno un’ottantina di argomentazioni – da quelle più razionali e “serie” a quelle più emotive e languide – ho provato a sintetizzare dandomi un primo limite entro cui mantenermi: venti motivi per essere springsteeniano, selezionati a fatica da una lunga elencazione stilata di getto, mi sembrava già un numero ragionevole. Tuttavia la lista andava ancora alleggerita, per non rischiare di indurre il lettore al sonno profondo. La sfida – e per chi è springsteeniano ne comprende tutta la portata – è stata quella di contenere il mio estremismo entro un numero “minimo ed essenziale” di punti e battute.Pertanto, escludendo sentimentalismi ed impulsività, in questa insensata esercitazione di scrittura sintetica sono giunta ad identificare “cinque buone ragioni per essere springsteeniano”, che non ambiscono certo a convincere e convertire chi non lo è. E allora? Che senso ha un’operazione del genere? Probabilmente nessuna, se non quella che mi ha offerto l’occasione per ragionare e formalizzare pensieri da sempre pensati – già espressi mille volte e mille volte meglio da chi è realmente del mestiere- ma da sempre confusi nel mio modo così concitato e viscerale di vivere questa passione che alla domanda “perché ti piace Springsteen?”, non sapendo da dove iniziare, mi ha sempre fatto rispondere semplicemente: “Perché è il più grande!”

Ecco, allora, almeno cinque buone ragioni per essere springsteeniano:

  1. Bruce si è fatto carico da sempre dell’eredità culturale e musicale americana, pur non ristagnando in produzione di genere, ma con linguaggi e stili diversi che trovano nella sua coerenza e nella sua onestà intellettuali la matrice comune. Quando agli inizi degli anni ‘70 le onde della psichedelia e del pop si erano ormai attenuate, Bruce rianima un rock ormai boccheggiante, colmando un vuoto culturale, oltre che musicale, e lasciandoci prefigurare il “futuro del rock and roll”. Capolavori come Born to Run e Darkness stanno lì a dimostrarlo. E quando sembra cosa fatta, ci spiazza con le malinconie intimista di Nebraska, con chitarra, armonica e amare riflessioni sul prezzo del vivere dignitosamente; poi una pura sferzata di energia e fiducia con Born In Usa, dove il No Surrender suona tanto come il suo giuramento a mantener fede a un ideale – che alla distanza tutti gli riconosciamo onorato – quanto come esortazione al non mollare, potremmo dire “nonostante tutto”. E poi ancora il più privato Tunnel of Love quando l’antistar Bruce mette in piazza i suoi/nostri problemi di coppia esponendosi in tutta la sua vulnerabilità e fragilità di uomo; e poi ancora un colpo di scena con la separazione dalla E-Street per reinventarsi  ancora una volta stimoli e sonorità; e poi ancora e ancora e ancora, fino al “back to the roots”, con il suggestivo tributo a Pete Seeger che, nel riannodare il filo di un discorso avviato con il fantasma di Tom Joad, riprende il più sano e genuino folk americano con tutti i suoi principi e le sue battaglie per i diritti civili. Springsteen inanella una lunga serie di eventi imprevedibili – sorprendendo “ma in fondo non così tanto” chi lo conosce- come uno scrittore che stendendo la sua articolata biografia finisce col rappresentare un immenso affresco di un’epoca in divenire, in cui compaiono tanti personaggi e quotidianità, come fili di una trama di un unico telaio. Ne esce fuori una grande Storia strutturata in tanti capitoli, che solo apparentemente si chiudono con un ”punto e a capo” ma che in realtà sono in perfetta successione. E non si tratta di un ordine temporale: tutto è scandito da un flusso di riflessioni secondo un preciso filo logico. E questo filo logico si chiama coerenza, o anche onestà.
  2. In questa grande storia tracciata da Bruce, ogni pagina è un’eccellenza lirica, intensa e raffinata, che giustifica studi specifici, dibattiti, pubblicazioni, tesi.  Bruce ha influenzato diverse generazioni dall’adole­scenza alla maturità, come i grandi letterati e i grandi poeti. E se qualcuno storce un po’ il muso sull’ultima produzione, si chieda perché gli stadi oggi sono comunque pullulanti di under 30. Sul suo stile letterario si è scritto a fiume, analizzato e scandagliato verso per verso, azzardando paragoni con mostri sacri della letteratura occidentale, rintracciando antecedenti – da Carver, Hemingway e Twain, a Whitman e Steinbeck – e valutandone possibili influssi. Le sue liriche sono spettacolari istantanee della geografia sociale americana, da nord a sud, da est ad ovest, leggibili in tutte le gradazioni cromatiche, equilibri di pesi, contrasti chiaroscurali, pause ed accelerazioni di pathos.  O ancora come nel cinema di Sergio Leone, John Ford e nella disperazione e solitudine dei personaggi dei film di Malick, Bruce ricuce strappi tra la cultura popolare e cultura  “intellettuale”, tra un’arte per così dire “minore” e un’arte per così dire “maggiore”.  In Jungleland, Stolen Car, Thunder Road, The River e in mille altri testi emerge – tangibile e toccante- l’umanità dei personaggi narrati, dove parole e musica, come pennello e colori, danno corposità ed energia ai contenuti. Tuttavia, se il pennello è lo strumento con cui stendere il colore, qui parole e musica hanno entrambe un valore assoluto che ci consente di percepire tutta la fascinazione di un testo prescindendo dall’ascolto della sua melodia, e viceversa, pur essendo parti integranti l’uno dell’altra. Così voce, parole e musica raccontano, emozionano, enfatizzano, drammatizzano o sdrammatizzano senza aggettivazioni o particolari orchestrazioni ma a seconda del timbro e dell’intensità. In sintesi, più di una semplice poesia, più di una semplice melodia, Bruce realizza macchine perfette dove vale – come non a caso sempre accade nelle grandi opere d’arte- la logica del nihil addi.  E in questo sterminato corpus di immagini filmiche, per dirla con Morricone, “ogni ver­so è un’inquadratura, ogni strofa è una scena, [ogni] personaggio [è] ritratto a tutto tondo, colto nel momento decisivo della sua vita”.
  3. Bruce Springsteen ha sempre creduto e dimostrato che la musica può essere uno strumento di riflessione sulla realtà, di denuncia dei malesseri connessi alla difficoltà del vivere, di espressione di un pensiero, di un’epifania, di un desiderio di catarsi. La musica innalza gli assilli del quotidiano a occasioni di riscatto, i limiti a punti di forza, lo squallore di alcune esistenze a scenari di eroica sopravvivenza: nelle storie narrate, ognuno di noi rintraccia parte del proprio vissuto prodigiosamente elevato al rango della letteratura e della lirica. Ognuno diviene protagonista di una narrazione che, giusta o sbagliata, felice o dolorosa che sia, vale la pena raccontare e dunque vivere. Bruce canta l’eroico di ogni micro realtà, di ogni esistenza o resistenza, di quelli che vincono e di quelli che perdono, nelle gesta di chi lavora sull’autostrada o in fabbrica, di chi ha perso il lavoro o è ex galeotto; di chi nonostante i disincanti trova ogni sera una ragione in cui credere; di chi ha tutto ma è solo, o di chi è emarginato e ha solo sogni. Bruce non canta degli eroi del Vietnam, ma di chi torna e ricomincia a combattere nuove guerre in una quotidianità altrettanto distorta; di chi resta con coraggio e di chi con coraggio corre via per giocarsi un’altra possibilità. E persino di chi il coraggio non riesce più a darselo. Bruce canta dell’everyman – e dunque di noi – non dall’alto del suo status di rockstar planetaria, ma dai marciapiedi della strada, dalle stanze di motel desolati, dai margini delle città… e noi percepiamo tutta la genuinità del suo racconto perché lui è stato ed è ancora come noi, ha lottato come noi e, quel che più conta, sta ancora dalla nostra parte.
  4. Bruce, dunque è credibile. E lo è perché la sua spontaneità è spiazzante. Lui è così come appare, con la sua vulnerabilità di uomo, la sua sensibilità, i suoi dubbi e i suoi valori.  Bruce è una persona gentile, di cuore, simpatica, con le sue allegrie e le sue malinconie.  E’ quello che non ignora mai i fans sotto il suo albergo per condividerne chiacchiere ed entusiasmi, o addirittura ascoltarne i suggerimenti per la setlist; quello che si ferma ad accompagnare alla chitarra chi suona in mezzo alla strada, tra la gente che poco alla volta sbigottita lo riconosce; è quello che presta attenzione a tutti perché ognuno merita rispetto; quello che si stacca dai vip invitati a Roma per congratularsi con lo chef, i camerieri e con chi è lì non per godersi la festa ma per lavorare; quello che ascolta le storie della gente e ne sente il dolore o la solitudine; quello che non si tira “indietro” quando c’è da fare una battaglia per qualche giusta causa; quello che crede davvero nell’amicizia e nella famiglia; che va a parlare con gli insegnanti dei figli insieme agli altri papà o quello che va al cinema la domenica con tutta la famigliola; quello che se potesse verrebbe anche a casa tua per dividere una cena con te; è quello che chiama ancora la signora Adele sul palco e dice a tutti “questa è la mia mamma”… Bruce non è altro rispetto alle cose che canta. Mille aneddoti di straordinaria normalità affollano la sua biografia, lasciando a bocca asciutta i bramosi di tabloid. Come ha ricordato scherzosamente Bono “Bruce è una rockstar assolutamente insolita, […] non ha fatto le cose stravaganti che la maggior parte delle rockstar fanno. E’ diventato ricco e famoso, senza mai trovarsi in situazioni imbarazzanti per il suo successo. Niente casini per droga, nessuna trasfusione di sangue in Svizzera. […] Nessuna strana acconciatura, nessun abito bizzarro da indossare nei video clip […] Nessun pettegolezzo”. Ed è così difficile restare con i piedi per terra pur volando alto… Volendo concludere con una battuta, potremmo dire che nella vita di tutti i giorni il nostro eroe è un uomo “normale” che vuole semplicemente fare bene il suo lavoro e dà il massimo per riuscirci; mentre noi uomini “normali” – udite udite!!!- siamo extra ordinariamente  gli eroi dei suoi miracolosi racconti.  Da cui, un amore profondo, viscerale reciproco, direi speculare.
  5. Ok:  Bruce “uomo normale”… ma fino a un certo punto, fino a che non sale sul palco. Chi non l’ha mai visto in concerto, non può comprendere: un gigante di 170 cm, una macchina da guerra, un inesauribile erogatore di energia.  Non si tratta della tradizionale iconografia rock che ritrae la star stravolta e posseduta dinanzi ai fan in delirio. Direi di no. E’ qualcosa di assolutamente diverso che rende Bruce un performer unico e irraggiungibile, e leggendario ogni suo show. Si è tentato di descrivere quanto succede migliaia di volte, coniando per ogni occasione termini e metafore diverse. Ma ciò che si consuma ogni volta, tanto in elettrico quanto in acustico, ha qualcosa che ha più a che fare con un rituale catartico, difficilmente formalizzabile, che con un spettacolo musicale. D’altronde quando Bruce dice «Ogni volta che sono sul palco penso: “Cosa vorrei vedere se fossi quel ragazzo della quinta fila?”. E sono lui e me contemporaneamente», non scherza. In assoluta simbiosi con i fans, Bruce si dà letteralmente in pasto al suo pubblico, senza esitazioni, senza forzare entro tempi e setlist preconfezionate la sua dirompente energia, come un fiume in piena che travolge gli argini; senza trucchi o costumi estratti dalla agiografia delle rock’n’roll star; senza farsi scudo di coreografie strabilianti, palchi rotanti o ipnotizzanti giochi di luci. Tutto è essenziale (e, per questo, vero) affidato non dunque a strategiche distrazioni sceniche ma alla sua sola forza fisica e alla potenza travolgente della sua musica. Ma se sul palco c’è un instancabile acrobata, un indomabile animale da palcoscenico che – tra salti, capriole, canti a squarciagola e schitarrate senza pause – rifila ancora quasi tre ore di concerto da cardiopalma in tour da ritmi da cardiopalma, è anche vero che sotto il palco ci siamo noi che, dopo attese inenarrabili, notti insonni fuori gli stadi scandite da appelli e pipì “dietro l’angolo”, siamo come tritolo pronto ad esplodere. Non c’è stanchezza, né avvilimento, solo una tensione emotiva che ci continuerà a sostenere come una droga benefica tutto il tempo dello show. Se poi sei nel pit c’è il valore aggiunto della vicinanza fisica con Bruce, che non ha solo un interesse feticistico, ma ti consente di vivere in modo diretto quanto sta accadendo, apprezzandone i dettagli, come l’intesa tra la band, la carica elettrica sprigionata dal Boss, il sudore e le fatiche, le occhiate divertite, i toni ironici, la professionalità… Il pit è un corpo unico con il palco, compatto e solidale: una gigantesca onda di gioia, un unico cuore pulsante a ritmo di r’n’r, uno spettacolo nello spettacolo, pronto a saltare, a ballare o intonare all’unisono o ad ascoltare in religioso silenzio quando è Bruce che lo chiede, in un’intesa perfetta che si trasmette osmoticamente all’intera platea. Ha detto più di una volta Springsteen: “Io non valuto mai uno spettacolo dalle recensioni dei giornali. Lo so valutare […] se mi addormento felicemente quella notte. Questo è il nostro modo di valutare i nostri show.” Beh! Direi che è anche il nostro…  siamo sempre tornati a casa appagati e ci siamo sempre addormentati felici. Ma proprio tanto, tanto felici.

Bruce al  FILM FESTIVAL di Roma

Venerdì sera leggo la notizia ufficiale: Bruce sarà a  Roma per la presentazione del film “The Promise”. Il nostro fine settima invece si preannuncia noioso, deprimente ed anche molto bagnato dalla pioggia. Sabato sera la svolta: l’amica di Noemi che sta lavorando al film festival ha trovato i biglietti per me e Gianni. Urlo di gioia ,e immagino la mia emozione nel vedere il NOSTRO in un contesto del tutto diverso dai concerti live. Partiamo lunedì verso le 13.00 sotto una pioggia incessante. Arriviamo alla  CITTADELLA del cinema alle 16,00 circa. La   pioggia continua, ma qui è bello lo stesso e si respira un’aria di attesa, almeno per me. Incontriamo giornalisti famosi, Marco Ardemagni, Oliviero Bergamini, Gino Castaldo parliamo con loro di Bruce, ma c’è una strana consapevolezza in me, le mie parole sono dettate dal cuore e dalla pancia, non dal cervello. Sono completamente irrazionale quando racconto di Bruce. Con il passare delle ore l’attesa si fa sempre più
spasmodica  e cresce la mia tensione: riusciremo ad avvicinarlo per dargli la maglietta del fans club?( impegno preteso dal nostro presidente)  Ma soprattutto il mio battito cardiaco sarà uguale a quello d’inizio concerti? Per ora sono incollata dietro i vetri del foyer  con lo sguardo puntato al red carpet. Verso le 20.30 notiamo agitazione tra la folla ai bordi del tappeto rosso, ma i brividi ormai sulla pelle  perché siamo  avvolti dalle note di “ C’era una volta in America”   D’improvviso da lontano, un gruppo di persone, la delegazione, comincia a scendere. Urlano da fuori BRUCEEEEE, ma io ancora non lo vedo. Ad un tratto eccolo,  si stacca dalla delegazione e si avvicina ai fans impazziti: delirio!!!!!! LUI sorride saluta firma autografi cerca di toccare più mani possibili, si mette in posa davanti ai fotografi è un GRANDE!!!!!!ma è anche molto umile s’inchina saluta e torna dai suoi fans. Io vedo benissimo dall’ingresso, ma quando comincia a salire per
entrare, ormai sono impazzita urlo spingo chi mi sta davanti, ma c’è  una bolgia incontrollata  all’ingresso, impossibile vederlo. Gianni gli butta la maglietta sulla spalla, ma lui non la prende, l’ingresso del  foyer  è stato gestito malissimo. Decidiamo di salire in sala per la proiezione, ma penso: probabilmente ha voluto fare solo il red carpet, non ci sarà alla proiezione. Infatti la sala comincia a riempirsi ma quasi in silenzio, forse pensiamo tutti la stessa cosa. Poche parole per la presentazione del film, e poi  “ ci sarà una sorpresa alla fine” dice MARIO SESTI.  La mia incredulità è sempre più forte, BRUCE è andato via, secondo me. Comunque mi godo THE PROMISE praticamente sotto il palco e il grande schermo. Alla fine del film, sulle immagini di DARKNESS con l’ E-STREET BAND, e i miei  occhi pieni di lacrime, mentre la sala è ancora al buio, collocano sul palco 6 sedie e due tavolini con acqua e bicchieri. Qualcuno  dice “ perché 6 sedie?
Nessuno risponde “ ne basta solo una  di sedia” silenzio ancora . Luci in sala,   sul palco Mario Sesti che comincia a presentare: Gino Castaldo, Ernesto Assante, applausi dalla sala e poi cominciamo ad infiammarci mentre Sesti annuncia THOM ZIMNY e JOHN LANDAU a quel punto il mio cuore ormai è fuori controllo quando Sesti annuncia : BRUCE SPRINGSTEEN!!!!!!!!  In sala è un boato di gioia mentre lui sale sul palco omaggiato da noi con l’ oohoohoohoohoo di BADLANDS. Il posto a sedere di BRUCE è proprio di fronte a me a poco più di un metro. BRUCE è schivo emozionato ed io ormai sono in adorazione, quasi in trance. I miei occhi non si spostano di un millimetro da lui. E’ un sogno averlo davanti a me seduto con lo sguardo abbassato mentre aspetta le domande.  L’adrenalina che mi pervade durante i concerti ha lasciato spazio all’adorazione, c’è  quasi una sacralità in questo contesto e siamo molto silenziosi quando lui parla. Alla fine dell’intervista  chiedono a
Bruce qual è la città italiana che preferisce, mentre qualcuno urla: Sorrento!!!! Io penso Napoli, ricordando la ormai mitica serata del 1997, ma quasi senza accorgermi la mia voce esce incontrollata dai miei pensieri e urlo: Naples Thunder road!!!! Mi sento stupida ed  imbarazzata per aver infranto questo silenzio quasi mistico. Bruce, comunque ha alzato lo sguardo verso di me rivolgendomi un ooh compiaciuto. Mario Sesti ringrazia Bruce per  aver reso questa edizione del film festival davvero unica e così mentre lui si alza, come una sequenza ben conosciuta ci dirigiamo sotto il palco con le mani verso di lui, stranamente molto silenziosi. Lui sorride e tocca tutte le mani che può, scende ora non lo vedo più. Sono felice ed incredula:era a poco più di un metro da me????? Si
Nicoletta

Waitin’ On A Sunny Day – 12.05.2006

Capitolo I (La Partenza ovvero Leavin’ train)
– Cazzo! I biglietti !!! – Urla raccapricciato Gio in metropolitana.
Ho visto scorrere gli ultimi due mesi della mia vita. Ho visto interrompersi nel modo più drammatico un conto alla rovescia durato più di sessanta giorni, invalidando in una frazione di secondo tutta la preparazione atletica e spirituale che un evento del genere impone. Ho visto un matrimonio andare in fumo. Ho visto tutti gli amici in fila, uno ad uno prendere la mira per sputarci in un occhio. Ho visto cose che voi umani….Troppo infame per essere uno scherzo.
– Sto scherz….- Infame!- Sussurro con la bocca impastata di schiuma. Abbasso lo sguardo per evitare la tentazione di spaccargli la faccia. Unica consolazione: se mi fosse sopraggiunto un infarto, neanche lui sarebbe andato al concerto del Boss. Forse. Non è detto…
Ci siamo… mancano solo quarantacinque minuti e si parte. Alla stazione la solita folla di gente che arriva e che va, giapponesi che si fanno ritrarre con le teste sulle rotaie inseguendo la posa inedita, venditori ambulanti e tanti altri poveri disgraziati che non verranno al concerto.
Del gruppo siamo solo noi in testa al binario. La solita ansia di Gio… Parte il primo giro di telefonate: Paolaponti è nei dintorni, Gianni sta arrivando con zio Bruno e il mitico Mario, Peppe ed Ettore chissà se si sono svegliati, Raffaele e Alessandra sono a cinque minuti da qui. Franco è sull’aereo, Luca e Manuela salgono a Roma, Seb ed Ermanno vengono in auto. Tutto sotto controllo… Dopo quattro minuti e i primi cinque euro di credito, sta per partire il secondo giro di telefonate ma …ecco Paolaponti, arriva Gianni con zio Bruno e il mitico Mario, Raffaele e Alessandra compaiono alle nostre spalle. Peppe ed Ettore non si sono svegliati. Tutto regolare. Comincio a crederci…
E dai!!!! Siiiiiii !!!! Si parte!!! Wooow!!! Marò!!!! Grandeeeee!!!
Per venti minuti è tutto un “abbracci, baci e batti-il-cinque”, risate isteriche e versi strani. Sembriamo scolaretti che hanno avuto il permesso per la loro prima gita scolastica…ma quanti anni abbiamo? Anagraficamente… oscilliamo tra picchi minimi di 13 anni (il mitico Mario) e massimi di 48 (zio Bruno). Inutile dire che l’unico serio è il mitico Mario…sugli altri (compresa la sottoscritta) stenderei una trapunta pietosa. La foto di gruppo è d’obbligo: la formazione è al completo e comprende anche due giapponesi di passaggio. Posizione calcistica e vai col click.
Ma mo’ vulissimo perdere ‘o treno??? Jamme!! Prendiamo i posti, riponiamo zaini, giubbotti e riviste, ci accomodiamo…ma Peppe ed Ettore si saranno svegliati??? Gianni e il mitico Mario sfoggiano una perfetta tenuta springsteeniana, Paolaponti tiene ‘n coppa ‘o core la foto del boss sotto la pioggia a Milano (scatta la gara “che canzone sta cantando in quel preciso fotogramma? Che nota e che versetto?”Ovviamente la risposta esatta è: Waiting on a sunny day …stabiliamo che si tratta di un si bemolle, ultima strofa cantata in coro con il pubblico…e ci sembra di splendido auspicio, non la pioggia di quel giorno ma il sunny day che promette!!!). Raffaele e Alessandra, al loro primo concerto, ci guardano un po’ perplessi con lo sguardo preoccupato del tipo “ma-avremmo-poi-fatto-bene-a-venire???”
Troppo tardi. Il treno comincia a muoversi. Ma Peppe ed Ettore si saranno svegliati??? Il tempo di riformulare mentalmente la domanda, ecco due inconfondibili sagome dall’inconfondibile sguardo del tipo “ma-chi-cz-c’o-fa’-fa’” con inconfondibile andatura da bradipo in coma…ok: Peppe ed Ettore sono qui …ma non si sono svegliati.
Siamo tutti? Gio ansioso ripete l’appello ventitre volte tra lo sgomento generale. Si convince che ci siamo tutti solo dopo che lo prendo a schiaffi. Sospiro di sollievo. SI PARTE.

Capitolo II (Il Viaggio… to the Promised land)
Siamo tutti nello stesso scompartimento, mitica vettura 9, tranne Peppe ed Ettore che proseguono il sonno nella vettura 10.
Accanto a noi, passeggeri avulsi temono il verificarsi di scene morettiane di cori o balli di gruppo. Nascondo a Gianni imprudentemente la rivista Jam con l’inserto sul Boss ma lo scherzo dura prudentemente pochi secondi subodorando il rischio di un linciaggio. Si ride e si scherza in un clima disteso e affiatato. Si entra subito nel vivo della questione…è il momento dei racconti, degli aneddoti, dei “ti ricordi quando…” e chi più ne ha più ne metta. Si narra di un pazzo (e chi può essere?) che al Santa Cecilia di Roma in piena trance da concerto improvvisamente sfida la security e sale sul palco, bacia Springsteen sul collo riscoprendo una latente omosessualità. Si narra dello stesso pazzo impegnato a Firenze in una “caccia al braccialetto” lasciapassare per la zona pit mediante rudimentale “canna da pesca”, e ancora di travestimenti stile coatto-psicotico ormai necessari per chi è ormai “schedato” negli archivi delle security. Si narra infine delle eroiche gesta del popolo springsteeniano durante il nubifragio di San Siro di due anni prima; di vestiti spugnati e documenti distrutti, e di un viaggio di ritorno in pullman in mutande riscoprendo una inaspettata solidarietà con i clandestini albanesi. Si narra di una giovane donna che scrisse a Springsteen raccontando che…no, questa non si può dire! Si parla per citazioni, si canticchiano disinvoltamente ritornelli, si accenna ai significati profondi della lirica bruciana. Paolaponti e la sottoscritta nell’enfasi del momento stringono un patto di blood- sisterhood. Il momento è topico.
Raffaele, simulando disinvoltamente una momentanea amnesia, osa chiedere: – “Ragazzi, qual è il titolo del suo primo album…?”
Silenzio incredulo. Gelo nell’intera vettura. Attendiamo speranzosi che prosegua con frasi tipo “…di figurine di calciatori” o “….di fotografie della comunione”. Siiii…???? No! La domanda era finita lì. Contiamo fino a dieci e rispondiamo timidamente in coro. Raffaele percepisce in noi una vena di avvilimento e si chiude in un eloquente silenzio. Superato lo shock, si riprende a parlare di programmi milanesi e di alloggi. Quasi tutti hanno una zia a Milano pronta ad offrire cotoletta-alloggio-e-stiratura. Eccezione fatta per Gio e me che alloggeremo al Jolly, Franco che pernotterà con un viados in una roulotte, Ettore e Peppe che concluderanno l’eccitante serata in un’eccitante camera d’albergo, gli altri non deluderanno le amorevoli aspettative delle zie milanesi. Raffaele sarà addirittura accolto con la sua giovane sposa in una splendida cornice sul Duomo, con tanto di ”tesoro-come-sei-cresciuto”, sapori tipici locali e cucina tradizionale a base di osso buco. Questo comporterà un inevitabile ritardo al concerto…ma, ahimè, Raffaele non può sottrarsi: pena l’esclusione dall’album di ricordi della famiglia Di Vaio. Alessandra lancia occhiate disperate…cerca adepti al clan “a buca l’osso buco”…ma Raffaele è un osso duro.
Zio Bruno impazzito continua a urlare “Papà-papà!” scimmiottando il mitico Mario e suscitandone le ire.
Mi alzo per raggiungere la toilette e mi imbatto in un essere dal sesso indefinito da un’età indefinita oscillante tra i venti e i settanta anni, con cappello calato su gli occhiali scuri e venti chili di ferro per lobo. Mi chiama per nome. Panico. La giacca aperta lascia intravedere la scritta “…steen”. Comprendo che è uno dei nostri e lo abbraccio “a prescindere” ma non ho affatto capito di chi si tratti. Incontro altre facce da Boss: ogni fermata aumentano…è come un mega alligalli. SPLENDIDO! Mi chiedo se tutti hanno alle spalle restless nights per l’acquisto del biglietto come noi, rispondendo assonnati agli appelli davanti ai punti vendita. Mi chiedo se tutte queste facce da Boss amino Springsteen quanto lo amo io. La risposta che mi do è affermativa. E questo è l’aspetto che più adoro delle trasferte: la coralità, la libertà di espressione senza che nessuno ti consigli lo psichiatra, il sentirti in intimità con persone che neanche conosci perché è come avere un fidanzato in comune senza rischi di abbuscare per gelosia! Non si spiega altrimenti. Non si spiega l’elettricità del concerto, l’energia sprigionata da un pubblico sempre in delirio, la forza fisica che ci tiene magicamente in piedi dopo ore e ore di viaggio e attesa, che ci fa ballare, saltare e urlare dal momento della prima apparizione mistica sul palco al momento in cui scompare dopo le note del suo ultimo bis. E ne vorremmo ancora. Sono sicura…riuscirei a ballare tutta una notte. I’ll prove it all night!
Assorta nei miei pensieri fisso lo sguardo sul mitico Mario, il figlio tredicenne di Gianni. Suona la chitarra in un gruppo di baby rockers, i Pony Boys. Cresce su bene il ragazzo, con ninna nanne e zecchini d’oro a base di Boss ed altri egregi signori del Rock. Lo guardo ammirata…è andato bene a scuola e si è meritato il concerto!! Intanto si avvicina “…steen”, con i suoi venti chili di orecchini ma senza cappello e senza occhiali…aaahhh! È Nello! Calabrese, ma sempre in giro per concerti, avvocato…le ironie sul suo look poco consono a un tribunale si sprecano. Simpaticissimo, bravo ragazzo…abbiamo condiviso tante file per i biglietti. Ci annuncia che seguirà il Boss anche a Berlino e ad Amsterdam!! Invidia profonda.
“Caffè?” – “Caffè!” parto per la prima dose aggregandomi a Peppe ed Ettore “svegli per caso”. Inciampiamo in Giovanni Canitano reduce da Dublino con famiglia a seguito che ci rassicura sul divertimento che ci attende. Ma non avevamo dubbi in proposito. Torniamo procedendo con andatura ubriaca finchè non riconosciamo il “Papà-papà!” di zio Bruno e l’”Uffa, stai zitto!” del mitico Mario. OK..ci siamo! Gianni parla di mogli che non dovrebbero seguire i mariti ai concerti e che dovrebbero restare a casa col burka a guardare i bambini. Non so cosa sia accaduto…che abbia sbattuto la testa contro il finestrino? non capisco, quando l’ho lasciato era normale…o quasi. Paolaponti, da brava psicologa, tenta una disperata analisi del caso clinico ma poi rinuncia.
C’è sempre qualcuno in più seduto su un bracciolo. C’è sempre qualcuno assente perché è il suo turno di walkman. C’è sempre qualcuno che cerca inutilmente di leggere di un fiato l’inserto su Springsteen. C’è sempre il “Papà-papà!” di zio Bruno. Peppe apre la bocca per sbadigliare…vabbè, sempre meglio che niente. Vediamo tornare Giovanni Canitano con figlia quattrenne e prepariamo un posto di blocco. Accerchiato, si arrende sottoponendosi volontariamente a un lungo e serratissimo interrogatorio che spazia da Real World ai reportage fotografici in giro per il mondo, dai deprimenti contatti con le case editrici ad inciuci cult su incontri ravvicinati con Bruce.
Passa il tempo. A Roma salgono Luca e Manuela, l’unica donna che ha fatto capitolare il cinico scapolo d’oro. Luca ha lo sguardo cotto di un pesce a brodo innamorato, parla di nozze, bambini e prati fioriti. E’ andato.
Mi reco nella vettura 10 per salutarli per bene. Sono distratta da un reparto Hi Tec attrezzato ad alto livello: MP3, Play station, computer, casse e filmografia da cinefili. Mano a mano che mi avvicino riconosco la mia immagine riflessa sui crani lucidi in simil pelle di Peppe ed Ettore, assorti nella visione di una pellicola altamente impegnativa: Lino Banfi in “Vieni avanti cretino”. Sono sveglissimi. Non rompo l’incantesimo e torno al mio scompartimento.

Capitolo III (L’ Attesa…o meglio: Don’t look back)
Miracolo! Il treno arriva in orario. Miracolo! Niente nebbia. Sole, caldo e battute sui colbacchi di Totò e Peppino a Milano. E’ giunto il momento di sparpagliarci: Gianni, con zio Bruno e il mitico Mario, raggiunge la sorella al centro della città, Luca e Manuela la zia, Raffaele e Ale l’osso buco. Peppe ed Ettore, Gio ed io ci imbarchiamo su un bus per Assago alla volta dei rispettivi hotel con uno sciame di springsteeniani come noi giunti da Roma, Sicilia, Veneto, Toscana, Puglia…ci sentiamo a casa!
Ecco il Datchforum. Ecco il caos on the edge of town. Brividi. La fila è già lì che ci attende… Al Jolly incontriamo Franco, assai deluso dalle tariffe dei viados.
In dodici minuti (per i quali se dovessi indicare una colonna sonora sceglierei la marcia dei bersaglieri):
1. saliamo in camera
2. ci spogliamo-ci buttiamo sotto la doccia-ci rivestiamo
3. prepariamo sul letto il necessario da portarci al concerto: biglietti, soldi e macchina fotografica (perché “STAVOLTA VOGLIO FARE PROPRIO DELLE BELLE FOTO”)
4. ci ricatapultiamo in ascensore, passiamo a rapporto tutto l’occorrente, valutando le scelte di abbigliamento effettuate, chiamando all’appello quindici volte le tre cose che dobbiamo portarci:
-“biglietti?” – “si”
– “soldi?” – “si”
– “macchina fotografica?” – “si, certo…
– “sicuro?” -“ Siiii”
– “e i biglietti dove li hai messi?” – “qui”
– “insieme ai soldi ?” “…no, i soldi sono nell’altra tasca”
– “ma ..scusa, la macchina fotogr….” – “uffa siiiiiii!”
-“ma stai nervoso???” – “Nooo!”
Nella hall, Franco non c’è..ci raggiunge al forum. Puntiamo su Spizzico per un trancio di Pizza e un caffè. Scattano l’ansia di Gio e i primi giri di telefonate. Gianni, zio Bruno e il mitico Mario sono nel traffico, Franco ci sta raggiungendo, le coppie di sposi ancora ostaggi delle zie, Nello è già in fila, forse pure Paolaponti, Corrado con fidanzata e sorella è arrivato in mattinata ed è già in pole position. Peppe ed Ettore si saranno riaddormentati? Gio va in ansia, anche perché Seb ha ancora il cellulare spento e noi abbiamo il suo biglietto. Sì, lo so…non è un buon motivo per andare in ansia…ma Gio va in ansia lo stesso, sempre e in ogni luogo.
Ci mettiamo in fila: è il momento delle prime foto…Gio realizza di aver dimenticato la macchina fotografica e, siccome sono una signora, non riporterò il colorito scambio di opinioni riguardo lo stato dei suoi neuroni che ha fatto seguito a questa dolorosa scoperta.
Il serpentone è mostruoso, abbiamo migliaia di persone avanti. Ci ricongiungiamo magicamente a Paolaponti, Peppe ed Ettore. Arriva Gianni con la sua band e ci guarda esterrefatto. “ma che fate quaggiù??” Ci guardiamo perplessi e ci sentiamo molto stupidi e ingenui. “Seguitemi!” Accenniamo a un “…ma”, MA siamo già fuori fila. Abbiamo riformato il gruppo MA ora è tutto all’esterno delle transenne. Meglio non pensare, meglio affidarci a Gianni che assume la leadership e, con un “avanti miei prodi”, ci conduce diritti fino al primo sbarramento. Alla security, basta un “loro sono con me” e ci lasciano entrare. Simulando sicurezza, passiamo increduli…Nessuna occhiata di intesa fra noi, procediamo come se nulla fosse, parlando del più e del meno, del tempo e della nebbia, delle mezze stagioni e rabarbarorabarbarorabarbaro…Superiamo la prima barriera, superiamo centinaia di persone, superiamo Corrado che è in fila dalla mattina, superiamo i nostri sensi di colpa…non ci posso credere, IO CHE NON HO MAI FATTO UN SORPASSO IN DOPPIA FILA NEANCHE CON LE DOGLIE???
E lo show goes on con una performance da Oscar al momento del nostro disinvolto reinserimento all’interno delle transenne, scamazzando gente attonita ma solidale con noi che poverini “abbiamo perso la nostra postazione conquistata la mattina per andare a mangiare un boccone! c…zo! voi capite, signò??? non ci hanno più fatti rientrare! che cazzimma certa gente!! Settentrionali ‘e mmerda!!!”
Insomma….KE SKUORN!!!
Gianni non entra con noi ma continua a muoversi come un padrone di casa, ostentando una sicurezza inquietante…ma facesse Zirilli di cognome???
Attoniti lo vediamo scavalcare una transenna a 10 mt. in linea d’aria dall’ingresso al Forum. Non ci vogliamo credere…ha superato altre centinaia di persone. Scambi di gesti minimi ma essenziali, occhiate eloquenti a distanza…insomma un colloquio tutto napoletano: -“Ma comm’ c…zo hai fatto?” –“Nun te preoccupa’” –“E mo’ che ‘amm a fa’?” – “ uno a’ vota…passate a’ cca” –“Maro’…chist’ è pazz”
Arriva una telefonata strappalacrime di Nicola, il nostro amico super springsteeniano, che causa di forza maggiore ha dovuto rinunciare al concerto. E che sempre causa di forza maggiore si trova proprio a Milano a poche centinaia di metri dal Forum, e ora.. proprio ora sta passando in taxi davanti la fila, e ora proprio ora ci sta mandando un sms, e oraaaa….sembrano le intercettazioni delle ultime telefonate dell’11 settembre. Nella commozione generale, concordiamo per un minuto di silenzio in memoria di uno che non ce l’ha fatta.
Chiama finalmente Seb, arrivato con Ermanno e gli american friends…prendo il suo biglietto, sgravando in parte Gio dalla sua ansia congenita. Scavalco la transenna, compio il percorso al contrario…marò, che fila! Penso a Luca&Manuela, Raffaele&Alessandra ancora a rimpinzarsi dalle zie. Raggiungo finalmente Seb e Mike (alias Ermanno in incognita). Abbracci e baci…sono talmente indietro con la fila che a guardare avanti mi vengono le vertigini. Li convinco a seguirmi e che Dio me la mandi buona, altrimenti …che figur’e’mmerda!
Arriviamo al primo sbarramento dove sfodero la password “loro sono con me” (o era “sono in missione per conto di Dio” ???). Superiamo il primo blocco. Camminare con Mike è come procedere in una via crucis: ogni cinque metri c’è una fermata obbligatoria..amici che lo chiamano, che lo salutano, che lo intervistano. Già…ma che ci azzecca cambiarsi il nome quando non hai nemmeno un paio di baffi finti??? Insomma ‘sto “travestimento”…nun è bbuono!!!
Finalmente arriviamo al gruppo. Giovanni Canitano si ricongiunge con Ermike, Seb si ricongiunge con Peppe, salutandosi con uno sguardo finto sorpreso e finto “volemose bene”…che bello sembra il programma della De Filippi!
Ora che il gruppo si è ricomposto va traslato pari-pari sul “versante Gianni”, che nel frattempo fischia, si sbraccia e si esprime con visibili “…e ‘bbuo veni’ ?”. Siamo in undici…uno alla volta in mezz’ora circa potremmo farcela. Ma sì…all or nothing at all! E così sia…uno alla volta, a cominciare dal mitico Mario, poi zio Bruno, Paolaponti e amica, sorella di Gianni e amica, Gio ed io, Peppe, Franco ed Ettore…scavalchiamo la nostra transenna, guadiamo il fiume di gente e sorveglianti e ci inseriamo in fila all’altezza di Gianni. Tutto questo è bellissimo…mi sento molto Patrick Swayze in Ghost. In circa venti minuti siamo tutti lì, ricompattando ancora una volta il gruppo…deduco che Dio c’è…ed è dalla nostra! Si familiarizza con un’allegra brigata di pistoiesi, pugliesi e un gruppo di picchiatelli veneti che divertiti inneggiano alla leggendaria facciatosta dei napoletani! Il fotografo del Corriere della sera immortala la nostra felicità.
Ore 19.20: si aprono i cancelli…e la fila comincia a muoversi. È un momento delicato, bisogna stare attenti, calmi e concentrati e … quindi si dà inizio alla paranza. Da nolano d.o.c., Gio intona un motivo psicadelico da Festa dei Gigli. Compressi, procediamo in processione con saltelli minimali, oscillando con le spalle a suon di musica tamarro-folk. Si sfidano i cullatori bruscianesi, nolani e barresi con Ettore che si pone al comando dell’esibizione svelando un’aspirazione repressa da chissà quanto tempo. Emette suoni disumani a metà tra fonemi gutturali e simulazioni di fiati, trombe, sax e ottoni. Invasato e trasfigurato urla e incita con i “cuonce cuonce…e jett’ “. È un crescendo, è un delirio incontrollato…fermatelo!!! chiamate l’esorcista!!!!
Qualcuno nonostante l’assenza di spazio, riesce a piegarsi in due dalle risate, qualcuno ci guarda ebetito, qualcuno (io) rischia di pisciarsi sotto.
Ci siamo…la paranza è arrivata al cancello. Biglietto alla mano, batticuore…si entra…si corre…!!! Primo anello, parterre…no anello…no parterre…dove c..zo???

Capitolo IV (‘O Braccialetto: la leggenda del Local hero)
Non so come e non so quando (ma non me lo chiedo più) dopo circa mezz’ora di compressione da parterre ci accorgiamo che Gianni è nel pit! Comincio a credere che il nostro amico abbia qualche dono particolare, forse un meccanismo di invisibilità ad orologeria o solo una c…zo di faccia tosta. Non saprei… quel che è certo che Gianni è là, tra i duecento giovani e forti in fila dalla mattina alla conquista del regno dei cieli, duecento patrioti marchiati a fuoco sul dorso della mano, dotati di bracciale antistrappo e programma di protezione speciale dell’esercito verde della Security. E lui…è dentro?? nessuno si fa più domande, con Gianni è inutile. Come quella volta che salì sul palco al Santa Cecilia di Roma…ma come ci era capitato? Come ha fatto a eludere la sorveglianza e ad arrampicarsi in un attimo su un palco così alto? Era lui o il suo ologramma, la proiezione tridimensionale dei suoi desideri??? Gianni è nel pit e vaga su e giù apparentemente soddisfatto…ma chi lo conosce SA che sta meditando. E nell’arco di pochi minuti…ecco approntata la strategia bellica per tirarci in prima linea. Il nostro ascensore per il paradiso è al suo polso: un braccialetto bianco e rosso di carta plastificata, di quelli che una volta indossato per rimuoverlo non puoi non stracciarlo.
ORDUNQUE, SCATTA IL PIANO “ACROSS THE BORDER”:
1. Procurarsi braccialetti nuovi
2. Passarli uno ad uno a noi comuni mortali parterrers
3. Fare fess’ ‘a chell’ belve d’a sicurezz

Chest’è???? E che ce vo’? Amen. Vogliamo chiederci come Gianni sia riuscito a procurarsi i braccialetti per il mitico Mario, zio Bruno, sorella&amica e Nello? No, non chiediamocelo. Accettiamolo come un dogma divino. Gio ed io siamo momentaneamente sopra gli spalti, osserviamo l’impressionante brulichio di gente nel parterre, scambiamo fonemi con Seb, attendiamo Raffaele&Alessandra che sappiamo finalmente dentro!! Squillo di Gianni al cellulare. È il segnale d’attacco. Lo rintraccio tra la folla del pit, a quel punto è più facile comunicare alla napoletana. “Che bbuo’ fa’?” “Che ne sacce…” “ Vien’ a’cca’” “ Comm c…zo faccio?” “ ‘o braccialetto!” “Azz…!!!” “e comme m’o daje?” “e mmo veco…”
Mi avvicino al parapetto degli spalti giusto sopra il pit, butto il mio giubbotto jeans a Gianni. Preso al volo, infila di nascosto il braccialetto in una tasca e mi rilancia il giubbotto… ringraziandomi dei chewingum. Il braccialetto è lì: Maronna mia! E poi dicono che una donna impazzisce per i gioielli…mai ricevuto dono più bello, quel bracciale brilla di luce propria! Come riagganciarlo al polso di Gio? Basta un chewingum e il bottone azzecca-tutto è fatto. Mastico, sputo e azzecco: il bracciale è al suo polso, appiccicando pelle e peli. Pacca sulla spalla…”Vai!”
Gio attraversa il fiume di gente sulle scale, scende nuovamente sul parterre, oltrepassa la colonna di aspiranti pitters, arriva ai mastini in maglia verde e….Siiiiì, è dentro! E ora iooo…!!! Ehi, ragazzi?! Ehi…? Mi vedete…??? Ueee’ embè??? Gesù… Gio e Gianni mi ignorano, confabulano, si guardano attorno… li stanno sgamando!!! E ioooo??? Countin’ on a miracle …
Gianni sfida ancora i bestioni e mi lancia un pacchetto di gomme “con sorpresa”. Raccolgo la scatola, apro e tiro fuori un simil braccialetto stracciato, peloso e appiccicoso: BELLISSIMO!
Lo riaggancio al mio polso, saluto Seb come un San Giorgio che va a sfidare il drago, e parto. Arrivare giù è sempre più difficile…ma ce la faccio, trattengo il fiato, mostro il bracciale con disinvoltura al drago verde ed entro.
“Siiii, dentr…” mi sento afferrare per il collare, mi giro con una faccia da Paolino Paperino e mi trovo davanti al Commissario Basettoni: tipologia armadio a due ante, maglietta verde di misura incalcolabile.
-“Ehi, tu…e pure tu!” urla anche a Gianni -”Seguiteci subito!”
Tra le urla di Gio che invocava i diritti civili, il valore del pacifismo e la presenza di un avvocato, ci ritroviamo dentro sottoposti ad un interrogatorio fantozziano con tanto di dito puntato contro e senza possibilità di replica: -“Da quanto tempo spacci braccialetti? Vuoi vedere che vi sbatto fuori? Chi sono i tuoi complici? Silenzioo!” Mi chiedo perché in questi casi ci si sbatta a fare domande se poi non si attendano neanche le risposte… Percorro la strada del “lei-ha-perfettamente-ragione”, sfoderando le mie armi migliori (che non sono le tette):
– sorriso a metà tra Alice nel Paese delle meraviglie e Shirley Temple in “Riccioli d’oro”
– sguardo patetico e disarmante
– un GIURO GIURISSIMO NON LO FACCIO PIU’
– voce quasi rotta dal pianto
– corno portafortuna di trenta centimetri per le emergenze
… e il miracolo avviene. Ma allora??? ….anche gli armadi hanno un cuore! Ci risbattono fuori tra minacce di punizioni corporali in caso di ulteriori trasgressioni. Percorro il tragitto senza voltarmi indietro, con una mega coda di paglia e una opprimente sensazione di riflettori puntati addosso. Finalmente raggiungo la mia promised land accanto a Gio, Gianni, zio Bruno, Mario etc..a pochi metri dal palco. Guardo in alto verso Seb ed Ermanno che si sbracciano facendo segni di VITTORIA! Davvero davvero davvero…non lo faccio più…eh sì, l’ho giurato…se l’ho giurato allora…!! Ma basta un accorato sms di Peppe, un “non mi lasciate qui…non c’è un braccialetto anche per me???” ed ecco ripudiati a tempo di record tutti i buoni propositi dell’ultimo quarto d’ora. Stacco il braccialetto dal mio polso, con una stratificazione di peli alta ormai 1cm., passo la palla a Gio che si smarca e si sposta sulla fascia destra, dribbla la security, arriva in area … assist x Peppe, al volo e GOGOGOGOAAAAAAAL !!!!!! Peppe è dentro … si alza la maglia, fa passi di samba e gesto dell’ombrello … lo fermiamo prima che si becchi il cartellino rosso. Non oso incrociare lo sguardo di chi come Salvatore e tutti i Yellow boys che per accedere al pit hanno affrontato le fatiche dalla mattina. Non oso incrociare lo sguardo della gente vicina per paura di essere trafitta da dardi di odio. Non oso incrociare lo sguardo dei mastini verdi che mi tengono d’occhio. Ma non importa…ora ci siamo tutti e siamo tutti caldi. Manca solo LUI. Sono le 21… iniziano i “Bruuuuuuuuce” … gli applausi … l’ultimo quarto d’ora dura una vita … le luci si abbassano … l’adrenalina sale … l’emozione toglie il fiato … brividi (o fredd’ ‘n cuollo) ….
C-I … S-I-A-M-O ……………………(Paola)

Magic night in Dublin…
… Ci siamo. Le luci non sono ancora accese ma la E Street ha ormai lasciato il palco. Ancora l’eco delle ultime note di una gioiosa quanto tirata American Land, ancora l’immagine di un Boss che senza riserve si offre in pasto al pubblico, immagine che ci accompagnerà a lungo, come salvaschermo delle nostre future giornate! Insomma è finito? Pare di sì ma ci arrendiamo solo con l’apparizione dei primi roadies sul palco… ed è peggio di quando cala definitivamente il sipario. Sì… è proprio finito. Ci guardiamo sconvolti… e che ce lo diciamo a fare? Non commentiamo, sguardo estatico, sorrisi similparesi, non sentiamo il mal di schiena, la fame, la sete, nè le urla delle nostre vesciche che implorano una immediata corsa fuori dal campo. Stacco a fatica le mani fuse con le transenne per abbracciare gente mai vista prima, gente che per l’occasione parla la mia stessa lingua.

Ci infiliamo nel flusso peregrinante di persone che, trascinandosi lentamente, cantando in coro con voce ormai roca, si avvia a lasciare il tempio. Se avessimo i ceri in mano, sarebbe l’immagine perfetta di una suggestiva processione liturgica. Un ultimo sguardo, già malinconico, allo stadio dove carte, bottiglie d’acqua e resti di ombrelli testimoniano quanto fino a pochi attimi prima si stava consumando. Fuori. Io e Gio scambiamo le prime battute, le più stupide probabilmente che avremmo potuto scambiare: “stanco?… hai freddo?… vuoi cambiare la maglietta?…”. Non riesco a formalizzare un discorso più sensato, mi sento annullata, svuotata. Ci scolliamo da dosso le nostre fradice pink shirts, attaccate come decalcomanie sul petto, ci infiliamo i kway e proseguiamo come automi verso Temple Bar. Ci attendono un paio di km a piedi… le strade sono chiuse al traffico per aprirsi solo a noi fans… ed è sadicamente piacevole ritrovare una Dublino in tilt, paralizzata per far posto al Boss e al suo popolo di fedeli!

Splendida l’immagine, fissata indelebilmente nei miei ricordi, del formicaio di gente che riversato fuori lo stadio, riempie le strade, attraversa i ponti, riempie i vicoli, come un fluido denso che si insinua in tutti gli interstizi. Volti strafatti di emozioni, intere famiglie che si tengono per mano, anziani sorridenti perché “ce l’hanno fatta ancora una volta”. Appagamento. Sotto i lampioni di una città ormai in notturna improvvisamente esplode una Dancing in the dark, sparata al massimo da un camper in sosta. E si continua a danzare nell’oscurità…
Gio parla del concerto, della set list, mette a confronto versioni, assoli, performance… apprezzo sinceramente la sua lucidità, la sua notevole capacità tecnica di analizzare ogni pezzo, ogni fase dello show… ma io seguo il flusso delle mie emozioni, dei miei non pensieri… Risento- non nelle orecchie ma sulla pelle e nello stomaco – Darkness, Candy’s Room, Prove It, Reason to Believe; rivedo Nils piroettare nel suo delirante solo su una Because the Night da brividi, Max e Garry in strepitosa intesa, Bruce scendere sulla passarella a farsi divorare dai fans, le espressioni del suo volto trasfigurato dallo sforzo e dalla voglia di darsi… Ripenso alle mie lacrime su She’s the One, a una commovente Bobby Jean , regalataci a sorpresa tra i bis, al delirio in 10th Avenue Freeze Out con Southside Johnny che ci ha riportato così suggestivamente indietro nel tempo… Possibile? Ogni volta crediamo di aver assistito al meglio. Ogni volta ci rendiamo conto che è sempre meglio. Quest’uomo ci farà morire di crepacuore… ma moriremo contenti! Dio, come farò a raccontarlo? penso a quanti italiani c’erano (e soprattutto ai miei amici che non c’erano) ma anche olandesi, spagnoli, greci… bel pubblico, mi continuo a ripetere, al di sopra delle aspettative… certo, in Italia è un’altra cosa ma… bel pubblico! Eccellente l’organizzazione, a partire dalla security severa ma finalmente umana e sorridente, alla ordinata e razionale fila per il pit, gestita alla grande dalle prime ore della mattina sino all’ingresso tranquillo e pacato all’interno (N.B. 20 persone alla volta!.. e qui sicuro dovremmo imparare qualcosa! Per inciso… mi rivolgo velatamente a quelle incompetenti, malate di protagonismo, che hanno provato all’ultimo concerto di Assago a farci ammazzare tutti gettando in aria i braccialetti del pit… se non siete in grado di farlo, LEVATE MANO!!).

Insomma pensieri, sensazioni, visioni, emozioni che resteranno dentro e che valgono ben più di un costo di un biglietto, della fatica di una trasferta o di 10 ore di fila, in parte sotto la pioggia!! non sono ancora pronta a razionalizzazioni, analisi critiche di scalette o valutazioni tecniche… lascio Gio al suo impeccabile assolo mentre tenta inutilmente di duettare con me ridotta a poco più di un’ameba. Pongo fine con un secco “TACI” alla deriva verbale di Gio, chiuso nella sua classica logorrea psicadelica da post concerto! Cammino guardando avanti e contando i giorni che mancano al 25 giugno, a San Siro, e poi ancora a Barcellona!! Attraversiamo la città sempre più soli, la folla si è gradualmente dispersa nelle mille direzioni possibili come i discepoli a diffondere il Verbo!
E ora… un’unica meta: il Merrion! La sera precedente eravamo passati davanti al mitico cinque stelle dove un campionario di Chrysler, Mercedes e pulmini con vetri oscurati aveva confermato la nostra speranza: Bruce era lì! E nonostante grotteschi tentativi del personale addetto al depistaggio, eravamo ancora convinti che lì, proprio lì, avremmo trovato il Sacro Graal! Avevamo anche comprato un libro, piccolo ma ben rilegato, di poesie di Yeats, i cui versi suonavano intensi e melodici come le liriche del Boss… e noi (romantici, patetici, ridicoli?) ci eravamo messi in testa di regalarglielo con una dedica (romantica, patetica, ridicola?) più lunga del testo scritto al suo interno: “A little book of poems, to the last American poet” by Paola, Giovanni, Francesca, Gianni the president, Raffaella, Bruno, Erminia, Nicoletta, Andrea, Gianni, Mario, Nicola, Barbara, Luca, Manuela, Gianluca, Salvatore… e tutti i nomi dei nostri mitici amici che non erano con noi a Dublino… e ancora, alla pagina successiva, il nome del sito, inviti deliranti a Sorrento, recapiti e numeri di telefono… perchè “boh! Non si sa mai!”. In sintesi: ci sentivamo in missione per conto di Dio!
Eccoci dunque lì, davanti a un ingresso ovviamente sprangato, in compagnia di due paparazzi che confermano le nostre supposizioni. Una cancellata stacca di un paio di metri la facciata dal filo della strada. Mi arrampico col naso in aria a spiare attraverso i vetri delle finestre illuminate: calici, buffet, gente a tiro… e una bandana sospetta. “Gio, soooono liiiiì!”. I due fotografi mi guardano allibiti fare la ola appesa come un primate alla cancellata. Una finestra è aperta e, in preda a un raptus, comincio a chiamare Steve. Mi agito molto ma sarei anche disposta a darmi fuoco se fosse necessario. Si gira dalla sua postazione, mi guarda con lo sguardo di chi scorge una scimmia urlatrice mexicana. Gli grido: “Devo darti una cosa!!” agitando il libro energicamente. Lui sorride ma dice che non può prenderlo. Ok… ma non desistiamo. Se l’ingresso è chiuso e le finestre sono irraggiungibili, da che parte entriamo, dal momento che NOI ENTRIAMO? Dal garage, dall’uscita di emergenza, calandoci dal tetto??? No surrender! La via più percorribile è senza dubbio l’ingresso laterale del ristorante dell’hotel… siamo in condizioni impresentabili, con il tradizionale olezzo da post concerto, vestiti che MANCO due profughi appena sbarcati!! Ma ovviamente entriamo. Percorriamo il lungo corridoio in punta di piedi per non sporcare… Bruce non era nel ristorante. Saliamo nel lussuoso ascensore – osservandoci, perplessi ma in eloquente silenzio, in uno specchio che ci restituisce spietatamente un’immagine al limite della decenza – fino alle camere da letto… (”figurati se lo becchiamo in pigiama…”!). Scendiamo nei labirintici percorsi interni fino al ground floor nella sala della festa! Prendiamo fiato ed entriamo ostentando una faccia tosta a dir poco inverosimile. Praticamente… ci siamo imbucati alla festa del Boss! Gesù! Con i nostri zaini semirotti, kway legati maldestramente in vita, visi stravolti&capelli sudati appiccicati in testa, jeans ormai sudici & scarpe da ginnastica “al limite”… ci sentiamo gli occhi puntati addosso ma in realtà nessuno ci caca! Ci infiliamo nel gruppo con un semplice “Hallo!”. Gio fa cose assai strane, come cercare invano di mimetizzarsi con la tappezzeria delle poltrone, accoccolarsi per terra, strisciare lungo le pareti, rincorrere le zone d’ombra, spacciarsi per cameriere, cercare tombini nel parquet per sprofondarci dentro. Io faccio cose altrettanto strane, come sedermi sul bracciolo del divano dove Roy e Nils intrattengono una intrigante conversazione e sfoggiare un sorriso beota alla Peter Sellers in Hollywood party. Mi guardano incuriositi, sorridono e io continuo a sorridere. Mi complimento per lo show, mi ringraziano, mi chiedono da dove vengo… commentano ”oh! A long distance!”. Rispondo teatralmente con un “oh yeaaa” mentre dentro di me continuo a ripetermi “non ci posso credere, non ci posso credere, non ci posso credere…”. Ricordo a Roy che esattamente undici anni prima, il 22 maggio 1997, Bruce era proprio a Napoli, a cantare con noi una Thunder Road ormai leggendaria affacciato al balcone dell’Augusteo, segnando quel giorno la nascita del nostro mitico Pink Cadillac Music fan club, il più militante al mondo! Ho la lucidità di complimentarmi con Nils per i suoi assoli e lui sfodera un sorriso da bambino felice… Gesù, me lo porterei a casa come souvenir! Si alza e scopro che era più alto seduto… starebbe bene anche sul mio comodino! Mi faccio coraggio e chiedo gli autografi: quelli per Gianni the president e i nostri. Rivolto lo zaino sottosopra in cerca dei biglietti, e cade di tutto: due mantelle, cappelli, magliette sudate, dentifricio, spiccioli, macchine fotografiche… mi guardano tra lo sgomento e l’attonito… e finalmente i biglietti! Ho i primi autografi!!! Quello di Nils sembra una svisata… lo ammira soddisfatto anche lui! Ringrazio, rimetto tutto a posto nello zaino di Mary Poppins e tolgo il distrurbo. Entriamo nella seconda sala, dove Paolo Zaccagnini, altri giornalisti e lo staff della Sony esibiscono look impeccabili e conversazioni impeccabili. E ora Steve. Incredibile! Al suo cospetto io e Gio ci sentiamo elegantissimi… ha un look da zingaro pazzo in vacanza alle Hawaii! Appena mi vede mi riconosce come la pazza della finestra. Smuove il capo, mi indica la frittura che sta ingurgitando… ma mi butto platealmente ai suoi piedi scusandomi… ”please, it’s my dream of life!”. Sorride e mi chiede qualcosa come “che cacchio ci fai qui?”. Gli indico il present for Bruce ma mi gela con un “lui non verrà, è sopra, stanco e non ce la fa a scendere: forget it!”. Mi spiega che se lascio il libro alla reception, LUI lo ritirerà il giorno dopo. E vabbè! Tutto non si può avere! Gli mostro i biglietti da firmare. Mi congratulo ruffianamente per la perfomance in Gipsy Biker e mi appoggio distrattamente a un signore distinto seduto alle mie spalle. Mi giro per scusarmi…: era Bono con gli U2 al completo!!!…non ci posso credere, non ci posso credere, non ci posso credere… Ringrazio, mi alzo confusa e un po’ barcollante, indietreggio e cerco una stampella in Gio che si è nascosto fra le tende. Ci sediamo tranquillamente a un divano, godendoci quella vista un po’ surreale, indecisi se piluccare qualcosa al buffet… ci rialziamo, ci rituffiamo nel gruppo, fino a che un mastino della reception, che ci tiene d’occhio da un po’, si avvicina e gentilmente ci chiede “Lo sapete che è un private party?”. Rispondo “Certo che lo so!”. Faccio finta di niente ma lui torna alla carica… e prima che ci sbattano fuori a pedate (non dall’albergo, ma dall’Irlanda) decidiamo di abbandonare il campo. Lasciamo il libro alla reception e usciamo dalla porta principale. I due fotografi attoniti ci guardano impietriti. In preda a convulsioni di risate, chiediamo loro di suggellare il momento con una mitica foto ricordo.

Ora sono a casa. Avevo detto a mia madre che andavo in Irlanda per un viaggio di lavoro e sul posto di lavoro che ero in malattia (più malattia di questa!?!). I miei figli, istruiti a dovere, hanno tenuto il gioco. Abbiamo condiviso le nostre emozioni con loro e con i nostri amici springsteeniani. Abbiamo imparato a sopportare autolesionisticamente lo sguardo compassionevole delle persone che, dopo anni e anni, non si arrendono e continuano a chiederci: “ma vale la pena affrontare peripezie, trasferte, ore di attesa e fatiche fisiche per assistere all’ennesimo concerto di Bruce?”. Più volte nell’arco della giornata ripenso alla magic night di Dublino, ai brividi del concerto e all’euforia del dopo concerto… e realizzo sempre più che non solo vale la pena perché emozioni del genere non hanno prezzo (né fisico, né economico!), ma se non viviamo di emozioni…che viviamo a fare?      (Paola)

Follow that dream (Nicoletta)

Napoli 22 maggio 97, avevo la consapevolezza di vivere una  serata magica: il primo concerto di Bruce a Napoli. Ma non potevo assolutamente  immaginare  di  realizzare  un  sogno: tornare a casa con  l’ARMONICA di  BRUCE !!!!!!
Roma 6 giugno 2005: con la passione sempre forte e i tanti kilomemetri percorsi  al seguito del NOSTRO in giro x l’italia nei successivi 8 anni   mi reco con  famiglia ed alcuni amici, fra cui Gianni Scognamiglio,
per il tour di DEVILS & DUST, prima a bologna poi a roma. Stavolta sento che succederà qualcosa: ho con me la sua ARMONICA nella cornice dove è allocata. Ho sempre sognato di mostrargliela  e di avere accanto il suo AUTOGRAFO. Sarà stato un presagio o il mio sesto senso…….
Ed eccomi, insieme ai pochi PAZZI irriducibili, sotto il grand hotel dove il NOSTRO alloggia. Sono  quasi le 2 di notte, ma la speranza di avvicinanarlo ha il sopravvento sulla stanchezza di una giornata intensa culminata nell’ennesimo emozionante concerto.
Gli invitati alla cena stanno lasciando l’albergo, “andate via”, bruce è stanco e andrà a letto
dicono. Ci guardiamo un pò tutti, siamo poco più di dieci: le amiche spagnole pensano quasi di  lasciare. Gianni riflette sulla sua follia, dopo la telefonata della moglie che lo sapeva in viaggio x l’altro concerto di milano. Anch’ io sto per abbanndonare, ma è Andrea mio figlio che non vuole abbandonare.Grande Andrea,è stato  lui a convincerci ad  andare  sotto  l’albergo.
Ad un tratto il miracolo: Bruce si affaccia dalla sua finestra invitandoci a non gridare,  ha deciso di scendere!!!!!!! ECCOLO lentamente si avvicina a noi con grande umiltà. Si lascia abbracciare,baciare, fotografare. Controllare la mia emozione è stato davvero difficile. Nota la cornice con la sua armonica e dopo una espressione di grande meraviglia l’ AUTOGRAFA !!!!!!!
Il mio secondo sogno  si è avverato!!!!! Avrò avuto anche fortuna, ma è stata anche premiata la mia perseveranza.
Chissà se ha ricevuto i miei due piccoli cuori di corallo che gli ho inviato a Napoli e a Bologna  (A PROPOSITO GRAZIE ALL’AMICO BOB BENJAMIN)
Adesso vuole stare da solo. Si allontana con la guardia del corpo nella vastità e nella penombra di piazza del Popolo. Mi sembra piccolo e indifeso: ma è proprio questa la sua grandezza. Piazza del Popolo è bella, di notte è ancora più affascinante, ma stanotte è magica.
Grazie Bruce.


19 Risposte to “Chi siamo!”

  1. Buongiorno! Mi sa che non sarete d’accordo con questo mio articolo, però perchè non parlarne anche qui? Buona musica! http://www.huffingtonpost.it/paolo-romano/la-scomparsa-del-boss_b_4617968.html

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    • Gabriele Farra: Una vergogna , giornalista da sgozzare vivo. Non capisce una mazza. Poveretto.

      Roberto Rosellini: parte dal presupposto che lo faccia per soldi e per dare retta alla sony.Io non condivido e non perche’ faccia parte di una setta,come dice in maniera altezzosa,ma solo perche’ high hopes e’ semplicemente e banalmente un bell’album.Che fosse poi un album di riedizioni o outtakes si sapeva da tempo,quindi non ha scoperto nulla,l’associare questo al fatto che lo ha DOVUTO fare e che sia un album medio e’ una equazione che fa lui ma che molti non fanno,per fortuna

      Nicla Canali: Ok non sprecherò una sola parola per te! ! Le persone si rivelano per quello che sono! !!! Onore e rispetto a Bruce! !!!!

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    • Bianca Maria Adelaide Marini: per fortuna Bruce e’ un’altra Storia. Per fortuna la sua “arte” e’ cresciuta con lui. Per fortuna lui, Bruce, non e’ autocelebrativo (vedi Rolling stones). Lui e’ un Uomo e, come tale, vuole vivere esperienze diverse, proprio per non far morire l’artista adagiandosi e copiando se stesso. Fa l’operazione contraria a quello che scrive lei, signor giornalista, e io lo stimo per questo. Bruce saprebbe ri-scrivere una canzone rock qualunque, ma non lo fa solo per compiacerci, fa quello che sente in questo momento, che ci piaccia o meno, e io lo rispetto. Non lo butto via per questo, anzi, sono curiosa di sentirlo dal vivo.
      A proposito: il disco nuovo non e’ un capolavoro e sara’ anche stato imposto dalla casa discografica. Tant’e’… ti aspettiamo Bruce!

      Nicla Canali: Saggezza pura Bianca! !!!

      Bianca Maria Adelaide Marini: scusa Corrado, faccio un piccolo appunto al tuo scritto: non ho letto mai Heavens Wall. A me piace tantissimo e volevo citarla

      Roberto Rosellini: oddio heavens wall appena sentita mi stava prendendo un colpo,ora la sto rivalutando

      Bianca Maria Adelaide Marini io la voglio proporre al mio coro gospel
      56 minuti fa · Mi piace · 1

      Angela Del Rosso Fernando Pivano?! L’amico di Fabrizia De Andre’? E non è l’inesattezza più grande di questo articolo.

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    • Corrado Gambi Premetto: sto per sprecare due minuti di tempo! Non lo faccio per reale interesse nei confronti del sig. Romano, ennesimo elemento che ingrassa le schiere dei “60 milioni di italici commissari tecnici da bar dello sport”… Ma lo faccio perché se il sig. Romano può scrivere su giornali, blog e social network rivendicando il “perché no?!”… beh, allora occorre qualcuno che possa fare altrettanto per dire che scrive cazzate! Le accuse di “talebanismo” sono superficiali quanto quelle di chi pretende di scrivere una critica musicale senza esserne in grado, senza avere la profondità necessaria per parlare di un’opera artistica. Se si invoca la pensione per le rockstar in crisi di ispirazione, si può a pieno titolo invocare la pensione per “critici” senza la competenza e sensibilità che occorre per parlare di cultura, musica, letteratura, teatro! Sui gusti non si discute! Avesse detto il sig. Romano che il disco a lui non piace, nulla si sarebbe potuto controbattere… Al contrario, davanti ad una “critica da esperto musicologo” si può affermare la totale inconsistenza. Questo disco è direttamente figlio dei percorsi che partono dal The Ghost Of Tom Joad del ’95 e che passano attraverso il penultimo Wrecking Ball… Nei testi e nei suoni rinnovati che finiscono per sottolineare le storie di personaggi “ai margini”. Morello riesce a dare credibilità a questi nuovi significati, non più semplici fotografie, ma vere e proprie grida di rabbia. Springsteen è legato al filo di quella letteratura americana che vede Steinbeck e Guthrie come grandi interpreti… Morello ne è l’ultimo esempio per coerenza (vedi il suo grande impegno all’interno di movimenti come Occupy Wall Street… o la sua produzione artistica come The Nightwatchman… o ancora incendiario chitarrista con i Rage). In High Hopes non solo c’è grande lirismo nei testi (si guardi a Down In The Hole, o Hunter Of Invisible Game, o a The Wall… Per non ricordare i già noti The Ghost Of Tom Joad, o American Skin…), ma gli esperimenti sonori nella produzione sottolineano il carattere cinematografico di tutta l’opera. High Hopes è la colonna sonora di un film… dall’inizio alla fine! Anzi, ogni singolo brano è cinematografico! I gangster di Harry’s Place, piuttosto che la persona che scava nel profondo (di sé!) di Down In The Hole, piuttosto che le scene rabbiose di Tom Joad, o il crimine di 41 Shots, o i personaggi scanzonati di Frankie Fell In Love… e così via… Ogni brano non è casuale sia per i testi che per gli arrangiamenti… E se è vero che non è un concept album, questo disco è tutt’altro che casuale! È certamente un’opera di uno Springsteen diverso, di un artista che a 64 anni ancora ha voglia di usare linguaggi diversi… che forse divideranno anche gli appassionati, ma che sono il segno di qualcuno che non è assolutamente in crisi creativa! Anzi, certamente sono il segno di un artista ancora molto più avanti di molte persone che appartengono al suo pubblico… e di molti critici, o presunti tali!

      Bianca Maria Adelaide Marini: scusa Corrado, faccio un piccolo appunto al tuo scritto: non ho letto mai Heavens Wall. A me piace tantissimo e volevo citarla

      Roberto Rosellini: oddio heavens wall appena sentita mi stava prendendo un colpo,ora la sto rivalutando

      Bianca Maria Adelaide Marini: io la voglio proporre al mio coro gospel

      Angela Del Rosso: Fernando Pivano?! L’amico di Fabrizia De Andre’? E non è l’inesattezza più grande di questo articolo.

      Corrado Gambi: Assolutamente Bianca! È bellissima e quel “Raise your Hands” è il senso di tutto il disco! È una “chiamata” all’azione, proprio come questa versione di Tom Joad… Per questo sostengo che è tutto molto legato a Wrecking Ball… e il fatto che i brani appartengano ad epoche diverse dimostra in realtà quanto questi temi facciano parte di Springsteen… In realtà la forza compositiva, intendendo da un punto di vista politico, non è mai stata così potente in Bruce come in questi ultimi vent’anni… Questi testi non sarebbero stati possibile nel periodo in cui ha scritto i suoi capolavori. Questa è una faccia di Springsteen molto bella, consapevole anche della “responsabilità” che porta come artista…

      Angela Del Rosso: Ma che vi aspettate da uno che cita Fernando Pivano?

      Davide Rock: Ora non posso leggere tt l articoli…mi bastano i vs commenti per capire questo pseudo giornalista(???) ha scritto…ogni album nuovo la solita storia….mi hanno proprio stufato!!!se fossi un avvocato saprei cosa fare…rispetto piu’ rispetto verso springsteen!!!stasera c sentiamo…

      Attilio ZeroTerry Ponticelli: sarò chiamato talebano e un ‘non’ fan..ma io in parte concordo con questo articolo…principalmente sul fatto che, sulla scia di wrecking ball, poteva fare di meglio…almeno degli inediti, wrecking è un buon prodotto anche innovativo..poi ognuno ha una propria opinione e bisogna rispettarla, il giornalista non credo abbia offeso nessuno ed è un parere strettamente personale, poi se un fan come me del Boss lo critica non per questo debba essere messo alla gogna!!

      Angela Del Rosso: Attilio ZeroTerry Ponticelli, per me non è ciò che scrive, ma come lo scrive. E’ un articolo male impostato, mal scritto e poco circostanziato

      Gianluca Franchini: Articolo sprezzantemente sarcastico, male impostato e con una visione restrittiva di HH ed in generale di tutto il “corpus ” della produzione springsteeniana…e poi perché pensare che chi ama B.S. debba farlo come se fosse un equino col paraocchi…io mi sento qualcosa di più di questo…

      Luca Lanini: Posso vedere I titoli di questo signor Romano che chiede che gli sia data retta? No, perché non ricordo di aver visto la sua firma su mojo, uncut, rollin’ stone, q, nme, mm, rock’n’ folk… Ma forse sto solo invecchiando… Aspetto il suo curriculum vitae e l’elenco delle pubblicazioni per capire se è un simpatico buontempone o un cialtrone assoluto…

      Attilio ZeroTerry Ponticelli: Gianluca ho detto quelle cose, in modo ironico, perché in una precedente discussione con un altro ex fratello immediatamente cancellato, fui pesantemente attacco e offeso, sul fatto che, criticando l ultimo lavoro, io non capivo un beep musica e fui etichettato come talebano.,pensa te!

      Gianluca Franchini: Attilio ZeroTerry Ponticelli …non ce l’ ho con te…assolutamente…nei tuoo confronti tutta la mia stima…non allo stesso modo nei confronti del sig.Romano…

      Attilio ZeroTerry Ponticelli: lo so…era per portare a conoscenza che purtroppo ci sono anche delle persone che non accettano alcun tipo di critica….ahime!!!

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  2. Ragazzi complimenti!mi sono imbattuta nel vs sito ed ho trovato in particolare un paio di identificazioni TOTALI (tipo che per dignità in macchina hai anche altri CD, ma poi….). Davvero un sito magnifico! Se ci fossero fan romani con cui andare a vedere insieme qualche cover band su Roma, magari!! Ancora congratulazioni per il vs splendido lavoro!

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    • grazie Simonetta!!!! a presto e continua a seguirci

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  3. Ciao, vorrei mettermi in contatto con la vostra redazione. Potreste lasciarmi un indirizzo email? Grazie🙂

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    • springsteenforever@virgilio.it

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  4. …scopri Bruce per caso un paio di anni fa…ora la sua musica è la mia compagna più fedele.

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  5. Qualcuno Sa il numero di telefono di Bruce Springsteen?
    Poi vi volevo chiedere dove alloggierà Springsteen nel 2013 a Padova e Roma

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  6. Di Brus ce n’è uno: Brus…colotti. Ciao.

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  7. Hello there, I discovered your web site by the use of Google while searching for a related matter, your web site came up, it seems good.
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  8. mi riconosco in particolare nella “preparazione atletica e spirituale” venti giorni prima del concerto… fortunatamente in casa mia la passione per Bruce è in parte condivisa con papà e fratello, quindi ci alleniamo in tre e non mi sento troppo fuori di testa. Complimenti per il sito!

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  9. Buongiorno,
    siamo una tribute band di Roma del mitico Boss e stavamo leggendo alcune news.
    Volevamo sapere se è possibile mettere le vostre News del Boss sul
    nostro sito per pubblicizzarlo.
    In attesa di una Vostra risposta, Vi invitiamo a visionare il nostro sito.

    http://www.thepinkcadillac.it

    Cordiali Saluti
    Lo Staf TPK.it

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    • Ciao Ragazzi, complimenti per il sito che cmque già conoscevamo l’esistenza. Date tranquillamente sfogo alle nostre news sulle vosre pagine web, è per noi un grosso piacere. Ricambieremo inserendo il vostro link sul nostro.
      Onorati per la vosra amicizia.
      Keep on rockin’
      PinkCadillacMusic staff

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  10. io posseggo la versione integra del doppio arancione con copertina e dischi EX,sapreste dirmi il suo valore,grazie

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    • abbiamo bisogno di qualche dettaglio in più!

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  11. Ciao
    vorrei avere un’informazione:
    frugando nella cantina di un amico, ho recuperato un disco 33 giri in vinile arancione con etichetta bianca e titoli scritti a mano. Ascoltandolo, con mia sorpresa ho scoperto essere un live di Bruce. Cercando su google dalla scaletta, pare che si tratti di una copia “bootleg” del Live a Zurigo del 1981.
    Potete confermarmi questa cosa?E sapete anche se può avere un “valore”?Io neanche sospettavo l’esistenza di bootleg su vinile (pensavo solo in cd e cassette..)
    Vi posto la scaletta del concerto.
    Ciao a tutti
    Alessandro

    Lato A
    10th avenue freeze-out ” – –
    1/4 Darkness on the edge of town ” – –
    1/5 Independence day ” – –
    2/1 Who’ll stop the rain? ” – –
    Lato B
    2/3 The promised land ” – –
    This land is my land
    The river ” – –
    2/5 Thunder road

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    • Ciao Alessandro,

      in effetti il vinile è un Bootleg della Ocean Record Ltd – O.R.001 (2lp) di Zurich, CH – Hallenstadion
      11 Aprile 1981 del The River tour – European Tour 81.

      Purtroppo, il suo valore, mancante del 2° lp e senza copertina, è praticamente nullo. Non so tu quanti anni abbia, però, tienilo comunque ben custodito, sarà sempre bello riascoltare la voce del Boss attraverso la puntina che solca le tracce audio mentre il piatto gira.

      Gianni (pink cadillac music staff)

      Matrix: SS 3 A / B / C / (no etching on side 4)
      Vinyl: orange
      Label: plain white
      Cover: black & white artwork

      Side 1:

      1) Tenth Avenue Freeze-Out
      2) Darkness On The Edge Of Town
      3) Independence Day
      4) Who’ll Stop The Rain?

      Side 2:

      1) The Promised Land
      2) This Land Is Your Land
      3) The River
      4) Thunder Road

      Side 3:

      1) Cadillac Ranch
      2) Wreck On The Highway
      3) Racing In The Street
      4) Fire

      Side 4:

      1) Rosalita (Come Out Tonight)
      2) Detroit Medley (Devil With T he Blue Dress, Good Golly Miss Molly, C.C. Rider, Jenny Jenny)
      4) Rockin’ All Over The World

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